Le donne stuprate ringraziano i boss mafiosi
di elenatorresani (04/02/2009 - 17:05)
Questa è una mattina di lotta, qui in ufficio.
Non riesco a capire perché il capo debba avere il posto macchina privilegiato vicino all’entrata dell’azienda: mi sfugge per quale infusione metafisica o diritto divino acquisito io debba mettere la mia auto praticamente in mezzo al campo, cavalcando i mucchi di neve residui, mentre lui bel-bello fresco-fresco arriva alle 10 e parcheggia davanti all’entrata.
Dev’essere una sorta di dogma, tipo l’infallibilità del Pontefice.
Ma è anche grazie ai dogmi, alle intoccabilità e alla tutela di diritti inesistenti che questo mondo sta andando a puttane.
In ogni caso questa mattinata mi ha regalato almeno una buona notizia: Alfano propone la tutela legale gratuita per le vittime di stupro.
http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo439967.shtml
Meglio tardi che mai, mi vien da dire.
Fino ad ora questa brillante iniziativa era stata esclusivamente a carico di qualche ONLUS o Associazione che riusciva ad indirizzare parte dei propri fondi nel supporto in tribunale delle donne vittime di maltrattamenti e abusi di ogni tipo.
Ora si sveglia anche lo Stato, grazie al clamore destato dagli ultimi eventi di cronaca.
Non che gli stupri siano aumentati: semplicemente gli ultimi due sono stati particolarmente teatrali, e le loro vittime hanno avuto il coraggio di denunciarli.
Non siamo assolutamente in una situazione di emergenza, e non si tratta di una questione di degrado delle periferie o di presenza delle forze dell’ordine.
Non è un lampione in più o un giro di pattuglia che prevengono queste violenze.
Certo, possono scoraggiare gli stupratori “da strada”, quelli occasionali, quelli da bravata estemporanea.
Ma non dimentichiamo che siamo ben lontani dalla radice del male.
L’80% delle violenze sessuali sulle donne avviene nelle nostre case: sono i nostri padri, fratelli, zii, nonni, vicini di casa il grosso della marmaglia, non sicuramente 5 rumeni teste di cazzo che hanno commesso una bestialità di gruppo.
So che esiste sempre il pensiero macho del “vengono qui a violentare le nostre donne”, giusto per dire che sulle donne italiane solo l’uomo italiano ha diritto di vita
e morte.
Ma la realtà è ben diversa.
Finchè non si lavora sul rispetto, sull’idea della donna come essere umano degno di dignità a pieno titolo, sulla negazione delle prevaricazioni di ogni sorta, sulla bestialità del dominio carnale in assenza di consensualità, sul pregiudizio dell’oggetto sessuale, allora non si risanerà mai una piaga di questo genere.
Nemmeno con un poliziotto a presidio di ogni bella ragazza del paese (ahimè, povero, povero, immensamente povero Silvio).
Ben vengano le spese legali a carico dello Stato: è già un primo passo.
Senza però scordare che non è il non potersi permettere un avvocato che scoraggia le donne dal denunciare il proprio abusante, stupratore e macellaio.
È la vergogna.
E che una vittima debba provare anche vergogna è una delle più grandi aberrazioni della nostra società “civile”.
La bella Invidia e il grande Genio
di elenatorresani (19/01/2009 - 16:38)
C’è una distinzione piuttosto importante tra la bella Invidia e quella cattiva.
La prima è un incentivo al miglioramento, la seconda ti fa fare una vita di merda.
Grazie al cielo sono affetta solo dalla forma buona dell’Invidia (il mio peccato capitale è decisamente un altro), che si manifesta prevalentemente per la Casa e per il Genio.
LA CASA
Fino a qualche mese fa i miei 50 mq mi sembravano un piccolo paradiso. A rovinarmi è stato Discovery Travel. Questo maledetto canale Sky ti sventola sotto il naso case incantevoli: in campagna, al mare, in città. Gente che molla tutto e ristruttura un rudere in mezzo alle colline, famiglie che abbandonano il paese d’origine e ripartono da zero all’estero sistemando un alberghetto suggestivo, ricconi che mostrano le loro dimore da sogno alle spudorate telecamere.
Purtroppo ho cominciato a sognare una casa con ampie vetrate e una biblioteca interna dove custodire tutti i miei libri (ovviamente dotata di angolo lettura, camino, liquori, cioccolato).
IL GENIO
Dai miei post precedenti avrete capito che tendo a sviluppare un’ammirazione smodata per certi tipi di genio. L’ammirazione smodata si trasforma poi in invidia (sempre quella bella, ovviamente) per quelle persone che sono riuscite a regalare al mondo i loro talenti, migliorando la loro generazione (e quelle successive) con il loro esempio e il loro messaggio.
Combattendo contro solitudine e pregiudizi, perseverando nell’amore per il loro lavoro, ce l’hanno fatta a trionfare e a raggiungere il loro scopo di pienezza prima di tirare le cuoia.
Da pochi giorni ho scoperto un’altra creatura meravigliosa: Emily Carr.
Leggendo il libro “L’amante del bosco”, a lei dedicato, ho conosciuto un’altra donna coraggiosa, temeraria, appassionata, rivoluzionaria, che ci ha regalato non solo un’arte emozionante, ma una storia intelligente e caparbia.
Beh, poi soffro di altre invidie minori, tipo per quelle donne che portano con disinvoltura un tacco 12 anche quando fanno la spesa o per quelle persone che trovano beneficio nel fare jogging.
Ma sono invidie troppo deboli per convincermi a sprecare anche solo uno zic del mio antigene anti-accidia nel tentativo di miglioramento.
Io aborro qualsiasi tipo di sforzo fisico, detesto sudare.
Sono un’intellettuale svampita: è già un impegno oneroso.
Le vostre cyber-patologie
di elenatorresani (19/01/2009 - 16:32)
Un venerdì mattina col mal di testa val bene un intervento grullo.
Negli ultimi dieci minuti mi sono deliziata a saltare di pagina in pagina sui vostri profili, trovandovi chiari segnali di serie patologie socio-comportamentali.
Ecco le prime che mi so
no balzate subito all’occhio.
“...eh lo so...tanto da fare e poco tempo a disposizione...magari ci si becca settimana prossima per un ape!!!”
Ossia: Sindrome dell’agenda straripante.
Poco focalizzati, super impegnati. Se hai una sera libera e non sai che fare, hai dei problemi sociali. Tra palestra, aperitivi, corsi di cinese antico o canto moderno, flauto traverso e yoga austro-ungarico, l’agenda rischia di diventare un modo di essere, e non più uno strumento.
Da notare che l’eccesso di differenziazione dell’offerta rende il nostro tempo libero in alcuni casi davvero ridicolo.
“Sono proprio una pazza”.
Ossia: Illusione di unicità.
Insomma, la solita storia del bisogno di distinguersi pur non avendo le caratteristiche per farlo.
L’eterno conflitto tra normalità e diversità: per quanto questi due parametri siano totalmente falsati e fuorvianti, il normale cerca sempre di sembrare diverso, e il diverso spesso pagherebbe per essere normale.
Ma se ben comprendo il desiderio del secondo, mi risulta patetico il tentativo del primo.
“Vado a fare la spesa”
Ossia: patologia status-compulsiva.
L’assenza di feed-back multimediale diventa spesso difficilmente sopportabile, una specie di vuoto dell’anima. La soluzione è quella di sparare nel cyber-spazio aggiornamenti a raffica: si afferma così a gran voce la propria esistenza (confusa con la presenza) e si nutre la speranza che prima o poi qualcuno si curerà di noi.
“Dai che spakkiamo tutto”
Ossia: manie da condottiero metropolitano.
Normalmente colpiscono con cadenza settimanale. L’uso della “k” rientra in una sintomatologia piuttosto comune ma non imprescindibile. Sembra che il bisogno imperituro dell’uomo di portare a termine memorabili imprese e storiche conquiste, impedisca all’uomo stesso di rendersi conto che non sta conquistando un territorio inviolato sul pianeta Marte, ma sta solo prendendo la solita sbornia nel solito locale in un venerdì sera qualsiasi.
“...ma quanti cavolino di amici hai?”
Ossia: schizofrenia linguistica avanzata.
Forse sbaglio a credere che face-to-face si direbbe “cazzo” o almeno “cavolo”, ma “cavolino” è un chiaro sintomo di cyber-sdoppiamento-linguis
tico.
Non si sa cosa ci si può permettere in rete, oppure si sa molto bene ma è un confine che non si vuole valicare. E allora ci si assume completamente il rischio di far ridere gli altri.
La pubblicità è ancora maschia?
di elenatorresani (19/01/2009 - 16:20)
Ve lo ricordate il primo spot della Bolt? La Marina militare, piena di bei maschioni, ridotta ad un equipaggio di “belle 
lavanderine” irretite dalla morbidezza. Dopo essersi probabilmente accorta dell’equivoco, la Bolt ha ripiegato su personaggi altrettanto inquietanti ma più facili da inquadrare: un’attempata casalinga che fa la figura della sporcacciona dalle pulsioni incontrollabili mentre annusa, scoperta dall’indignata vicina, i mutandoni del marito (si presume, anche se i maligni sussurrano che si tratti delle mutande del padrone di casa per il quale la vecchia sporcacciona ricopre il ruolo di governante).
Coraggiosa la Bolt.
Noi donne non ne usciamo mai bene, quando mettiamo il piedino fuori dai ranghi.
Finchè si tratta di dare le vitamine a figli e mariti, propinare la merendina giusta alle creature, scegliere il detersivo migliore per piatti e vestiti, va tutto bene.
Ma non dobbiamo permetterci di sforare in territori maschili come la tecnologia o le auto, perché son dolori.
Ci usano solo quando si vuole far passare il messaggio che un dato tipo di tecnologia è a prova di idiota, ad appannaggio di tutti, ma davvero tutti, i membri della società: un prodotto utilizzato da Ilary Blasi (o da Gattuso, e anche questa la dice lunga) è un prodotto sdoganato e trasversale.
Al volante di un auto di grossa cilindrata sta quasi sempre un uomo, di modo che i nostri danni si limitino ad un paraurti da utilitaria. Addirittura in uno spot di questo tipo veniamo redarguite per aver perso la femminilità durante il processo di emulazione del maschio non solo alla guida, ma nella vita in generale.
Se noi abbiamo un malessere (ad esempio un’umiliante diarrea o altri problemi intestinali), torniamo in casa da sole e ci prendiamo una medicina che ci permetta di andare al cinema con un’amica (leggi: le donne non hanno nulla di più importante da fare).
Se un uomo ha un malessere (ad esempio un encomiabile mal di testa da troppo lavoro) viene soccorso da una bellissima hostess e da una biondona tedesca che gli permettono, con il provvidenziale medicamento, di affrontare degnamente la giornata di lavoro in una città lontana.
Oppure ci pensa la moglie a guarirlo, per spennarlo poi a dovere nei negozi di Venezia una volta ristabilito in piena salute.
Le donne sportive italiane pensano a dare merendine salutari alle loro bimbe. Gli sportivi italiani invece pubblicizzano integratori alimentari, orologi, scarpe.
Siamo ancora figli della famiglia Barilla dunque?
Pare di sì.
Ma va sempre peggio.
Ora ci fanno anche fare pirolette per la strada per garantire la leggerezza di un cracker, o la
ruota in uno studio televisivo per assicurare la tenuta del tampone mestruale.
Ho letto che il Parlamento Europeo ha approvato una legge che punirà d’ora in poi le pubblicità sessiste che tendono a ghettizzare le persone in ruoli limitanti legati al loro cromosoma Y.
Basterà per rivoluzionare il marketing, scardinandolo da target così facili ma che, a quanto pare, funzionano ancora?
Chissà.
Single: i nuovi eroi?
di elenatorresani (06/01/2009 - 22:02)

Stare in coppia è difficile, difficilissimo, almeno per quanto mi riguarda, e mettere insieme due teste, due stati d’animo, due modi di vivere la vita e l’amore, due progetti di vita è spesso un delirio. Ma oggi è la festa della Befana, e voglio scrivere di quanto sia complicato essere single.
Perché la Befana è single, se non lo sapevate.
La so lunga in materia: sì, sono una befana, e sono stata single per quasi tutta la mia vita, accoppiata solo a singhiozzi sporadici e sempre con grandi complicazioni emotive.
È vero: essere single significa cose meravigliose, tipo un’agenda da inventare, nessuno a cui rendere conto, la libertà di essere sempre e completamente ciò che vogliamo o riusciamo ad essere, senza la necessità di mettersi in discussione sui parametri di qualcun altro.
Andando avanti con gli anni, man mano che gli amici si fidanzano, si sposano, hanno figli e tu resti sempre l’impenitente, la scapestrata, l’irriducibile zitella, per riempire l’agenda però te ne devi inventare di cose!
Il sabato sera, le ferie, le feste, diventano una punizione del calendario, soprattutto se non vivi in una grande città.
La famiglia piano piano comincia a rassegnarsi sul tuo status, ma sembra sempre che ci sia qualcosa che non vada: la zitella è un prodotto difettoso dato che nessuno la vuole (perché è questo quello che si pensa, di riffa o di raffa). È molto più glorioso e socialmente accettato adempiere ad un matrimonio sbagliato e magari acquisire la targhetta di “separata”: almeno uno stronzo che ti ha portato all’altare l’hai trovato.
Il figlio di una mia vicina di casa, un quattrenne petulante, un giorno, vedendomi scaricare la spesa dalla macchina mi ha chiesto: “perché tu sei sola?”.
Ma non è tutto qui, anche se sarebbe già abbastanza. Ci sono adempimenti periodici che fare da sola è sempre complicato: il tagliando alla macchina, la nuova connessione internet, l’acquisto di un televisore, il carico delle valige in vacanza.
Quando ho comprato casa mi sono fatta un trasloco intero da sola, libro per libro, mutanda per mutanda, lenzuolo per lenzuolo, quadro per quadro, e per trasportare librerie e trapanare i muri ho dovuto fare appello agli uomini delle mie amiche. Per fortuna che la voglia di ridere e di dire grazie non mi è mai mancata.
Ci sono difficoltà che sono però quotidiane, e molto più profonde: quelle emotive.
Non avere una persona che ti ama, che ti ama di quell’amore diverso dall’amicizia, non è semplice.
Non solo l’amore dà quelle attenzioni e quelle premure altrimenti introvabili, ma regala una forza intrinseca per affrontare la vita, i problemi, le crisi.
Quel senso di appartenenza, di aderenza epidermica, di riconoscimento, sono indispensabili, e se uno non le trova nell’amore le deve per forza andare a trovare in qualcos’altro. Si crea spesso uno stato di bisogno che quasi mai è buon consigliere.
Di qui, la necessità di “riempire” a volte con l’affollamento uno stato di carenza.
In alcuni casi ci si va a perdere in rapporti-surrogato che vengono fraintesi ed esasperati. Umanamente. Si fa casino, si amplificano fino all’inverosimile situazioni che valgono uno zero, si baciano rospi indicibili e fetenti con la speranza che possano trasformarsi in qualche principe a fondo perduto.
Errori grossolani, ma trasversali, che non fanno disinzioni per censo, cultura, intelligenza, età.
Ma mai, e dico mai, chi ha vissuto sempre in coppia o vivendoci da poco si è dimenticato di com’era, può permettersi di criticare, o giudicare, o sentenziare su tutto questo.
Perché vivere senza l’amore-amore è difficile, soprattutto se è una situazione che si protrae per molto tempo e per diverse stagioni della vita. È difficile anche per le persone forti e indipendenti, perché la merda prima o poi arriva per tutti e quel messaggio con scritto “Buonanotte amore” schifo non farebbe a nessuno, ogni tanto.
Nessuno può giudicare una notte di sesso a cui ci si è venduti non semplicemente per qualche contrazione orgasmica, ma magari per il desiderio di una carezza e di un riconoscimento del corpo che ci servirà per affrontare così tante cose domani, dopodomani e la settimana prossima.
Perché nei single esiste spesso un eroismo esente da compromessi e pieno di errori, ma pur sempre coraggioso, testardo, necessario.
Ci vogliono le palle, sì.
L'esempio: Simone de Beauvoir (quella gran figa)
di elenatorresani (06/01/2009 - 21:56)

Ho sempre avuto una debolezza romantica verso quelle donne in grado di vivere amori e rapporti all’altezza di loro stesse, avendo la forza di aspettare, scegliere e riconoscere davvero l’uomo per loro, con coraggio.
Si parla spesso di coppie “ben assortite” limitandosi a parametri estetici di comune bellezza e fascino. Ma ci sono unioni che regalano tributi di sapienza non solo al focolare domestico, ma al mondo intero: niente affinità famigliari buon lignaggio o di corposo conto corrente, niente similitudini di avvenenza o carriera, ma unione di anime speciali e cervelli illuminati.
Penso a Oriana Fallaci e Alekos Panagulis, Tiziano Terzani e Angela Staude, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre.
Ho appena finito di leggere “Memorie di una ragazza perbene”, comprendendo finalmente (“Una donna spezzata” non me lo aveva insegnato) perché si definisca Simone de Beauvoir un’eccellente memorialista.
Mi sono invaghita della sua lezione di integrità intellettuale, della sua fame continua di sapere, della sua umiltà nell’apprendere e orgoglio nel difendere, nell’intransigenza personale.
“Sono sicura che salirò più in alto di tutti loro. È orgoglio? Se non ho genio, sì; ma se ne ho – come a volte credo – è soltanto lucidità”.
Questo libro è pieno di quella sofferenza atroce e solitaria di una donna che ha dovuto sopportare a muso duro i pregiudizi di un’epoca difficile ma straordinaria (quella della Francia bacchettona e nazionalista degli anni ’30) dove una donna che sceglieva la carriera e lo studio era deprecabile e allontanandosi da Dio e dalla Chiesa si guadagnava una sorta di esilio sociale senza redenzione.
Beh, Simone la sua redenzione l’ha avuta. Con la perseveranza, la coerenza, la fede nei libri, nella verità e nella libertà, ha saputo affrancarsi da una vita ingrata.
“Quando si ha qualcosa da dire, ogni spreco è criminale”.
E liberandosi dall’idea fatale dell’amore che le scorreva nel sangue, dalle pressioni sociali borghesi che l’avevano cresciuta, da quei pregiudizi cattolici che duravano a morire nonostante il suo convinto ateismo (“incredulità” , come la chiamava lei), dal sogno falsato che la letteratura le aveva seminato nel cuore è stata in grado di trovarsi Sartre.
Badate bene: non uno sronzo qualsiasi, ma Jean-Paul Sartre.
Con lui, Simone realizza la sua ambizione di amare (ed essere amata, non dimentichiamolo) da un intelletto superiore, illuminato, instancabile, del quale nutrirsi e dal quale imparare.
Cinquant’anni vissuti da compagni di vita, di anima e di mente che hanno regalato, fecondi, moltissimo al mondo intero.
Sospiro, e aggiungo alla mia vita intellettuale un nuovo grande esempio del quale illuminarmi.
Ode al porco (tardivamente illuminante)
di elenatorresani (06/01/2009 - 21:54)

Sono sbalordita: dopo la scimmia, il maiale è l’animale più simile all’uomo sotto molti punti di vista. Proprio per questo viene utilizzato per la ricerca sulle cellule staminali.
Il senso comune dell’ingiustizia, che si rivolta di fronte alla sperimentazione sulle scimmie, diventa più magnanimo nei confronti del maiale, animale che comunque viene allevato per la macellazione.
La sperimentazione avviene attraverso l’impianto di cellule stamilani luminescenti (verdi o rosse, grazie al contributo di meduse o coralli) negli embrioni di scrofe gravide deputate allo scopo e chiamate “madri surrogato”.
Nell’apprendere queste fantasmagoriche informazioni, mi sono fatta anche una cultura sui parametri di selezione dei migliori verri da riproduzione.
Esistono allevamenti che si prodigano per mettere sulle aste di settore dei veri campioni da monta.
I requisiti che vanno per la maggiore paiono essere:
1 – testa piccola
2 – spalle larghe
3 – vita stretta
4 – chiappe importanti e testicoli poderosi
Ma non solo: non basta un bel figurino per sedurre un compratore.
Sulla passerella il maiale deve mostrare un certo “carattere” che denoti un vigoroso appetito sessuale: temperamento deciso e vorace, portamento eretto, bava bianca alla bocca.
Occorre poi controllarne la discendenza per verificare la prolificità del suo albero genealogico e analizzare la conta spermatica per assicurarsi un liquido seminale attivo ed energico.
Come questa analisi venga fatta, è ormai facile saperlo per tutti: un fantoccio-pupazzo cosparso di liquido vaginale femminile, qualche minuto d’attesa per l’ingannevole corteggiamento, e la mano esperta dell’allevatore che aiuta il suino a centrare la provetta (e non solo).
Compito ingrato, che sul mercato può però far guadagnare fino a 23.000 euro per un suino quotato.
Insomma, se pensavate che “del maiale non si butta via niente” perché ogni sua parte è buona da mangiare, la vostra convinzione era ancora limitata.
Le similitudini tra l’uomo e il maiale permettono alla scienza di utilizzare il suo corpo anche per il futuro della nostra specie, e a noi di capire tanti modi di dire che associano l’uomo al porco.
Ultima nota: con 20 cm quadrati di pelle di porco si ricavano circa 9.000 euro di collagene per rimediare al nostro invecchiamento.
Ora capisco perché mio zio Pino-il-porcaro non ha mai voluto cambiar lavoro
Amarsi come? Living apart together.
di elenatorresani (02/01/2009 - 21:08)

Oggi, 2 gennaio 2009, esce su Panorama un articolo di Raffaele Panizza dal titolo: “La tribù dei L.A.T. (cioè living apart together), che indaga il nuovo fenomeno delle coppie che scelgono di vivere in case separate la loro storia d’amore.
Panizza apre l’articolo regalandomi l’ingrato merito di avere scritto (con “Il segno meno” e “I divieti di Eros”) quello che sarebbe il manifesto involontario di questo fenomeno:
“Senza volerlo, Elena Torresani ha composto l’inno delle amanti misantrope (…). I tremendi versi, pubblicati nel libro d’esordio L’inferno di Eros sembrano il manifesto di una rivoluzione”.
Dall’articolo emerge che sono soprattutto le donne a desiderare questo nuovo modus vivendi, e la fotografia che ne esce è quella di un manipolo sempre più numeroso di femmine determinate, consapevoli, e anche un po’ stronze.
La parte che mi è piaciuta di più è la chiusura finale:
“Se le misantrope volevano un uomo che le lasciasse sgranocchiare in pace cracker nel letto guardando un film, bastava che lo dicessero. Tra l’altro (e pensa te com’è strana la vita), era anche il nostro sogno.”
È un’osservazione intelligente, e amara.
Ma esistono slittamenti comportamentali e violenze territoriali per cui se si è in due a sbriciolare nel letto nasce poi la recriminazione su chi pulisce le briciole di chi, e quando: la condivisione dello spazio ci rende spesso ridicoli, aggressivi e poco amorevoli.
L’ottimo presupposto sarebbe che la voglia di sbriciolare venisse insieme, nello stesso momento, e che le briciole venissero poi pulite a turno. Ma è già una forzatura.
Piccolezze? Non proprio. Ho visto coppie litigare in pubblico per delle sciocchezze fantascientifiche e rendersi ridicole per discussioni inutili su argomenti di menage che, normalmemente, non meriterebbero nemmeno mezzo pensiero.
La vita in case separate non ha poi a che fare solamente con i tempi diversi di due individui diversi e con i naturali compromessi del caso (ce ne sono già tanti a cui dover arrivare quando non si condividono i metri quadri!), ma anche con una gestione dello spazio, della privacy e del proprio corpo che è impossibile mantenere nella convivenza.
Personalmente non mi è mai piaciuta l’idea che l’amore più grande si prova solamente con la sopportazione più grande, che la serietà e il valore assoluto di un rapporto sia misurato in base alle bruttezze che si è in grado di tollerare. L'unione amorosa va ben al di là dei metri quadri condivisi.
Evelina Christillin ci regala un bel punto di vista: “certe mattine mi sveglio e mi sento l’ultimo dei mohicani, ma quando torno a casa la sera stravolta dal lavoro, e non ho un marito da intrattenere, mi sento una regina”.
In compenso nell’articolo c’è un intervento agghiacciante del sessuologo Marco Rossi che dice: “usano il maschio solo quando fa loro comodo (…) Se trovassero qualcuno in grado di inchiodarle alla camera da letto, rendendole psicologicamente dipendenti, secondo me si abbandonerebbero volentieri alla convivenza rinunciando al piacere di sbriciolare liberamente sulle lenzuola”.
Tralascio ogni potenziale commento sul fatto che per indurmi alla convivenza dovrei trovarmi psicologicamente dipendente e quindi soggiogata da un uomo: spazzatura preistorica.
Ma ci tengo a sottolineare che non ho alcun dubbio sul mio amore e sul valore del mio uomo: amo e stimo il maschio-Ernesto, indipendentemente dal fatto che io decida di annusare l’odore delle sue deiezioni solo due giorni alla settimana anziché sette. E garantisco al Marco Rossi che il mio ingegnere mi inchioda alla camera da letto spesso e volentieri, sbriciolando me e la mia passione tra le lenzuola, anziché i crackers.
La scelta di vivere in spazi separati è solo una tra le tante possibili: è una soluzione nuova a tante questioni senza tempo relativamente al modo di vedere l’amore.
Non ha niente a che fare con la comodità, è una scelta coraggiosa: per motivi economici, sociali, organizzativi.
E credetemi: il mio uomo è tutto tranne una povera vittima di una perfida femmina, ma un intelligente e avveduto stratega. Il maschio-Ernesto è un esemplare darwinianamente avveduto, paziente, consapevole.
Solo il tempo ci saprà dire qual è la scelta socialmente vincente.
Per ora io vi so solo dire qual è la scelta Torresani-vincente.
Astemie e senza tette: ecco le nuove scrittrici italiane
di elenatorresani (22/12/2008 - 11:56)
Che ormai in Italia ci sia una nuova generazione di scrittrici giovani, preparate, brave e belle è ormai sotto gli occhi di tutti.
Ingannevolmente, vengono fatte passare per “scrittrici erotiche”, giusto perché hanno affrontato con penna arguta temi da ribaltabile.
In realtà ciò di cui scrivono (in modo eccellente) esula spesso da tematiche erotiche, ma tant’è: l’occhio dei lettori è ben furbetto.
Sabato mattina io, la Nadiolinda ed Eliselle (che dire… la crème!) ci siamo trovate a fare un servizio fotografico per la SGP Italia.
Statisticamente posso dire che le nuove scrittrici sono:
1 – praticamente astemie (100%)
2 – con seno davvero poco generoso (100%)
3 – non fumatrici (60%)
4 – del nord Italia (100%)
5 - intorno ai trent'anni (100%)
Insomma, le tettone non servono più, e nemmeno le sbronze disinibitorie e profondamente artistiche.
In questa mia indagine, a campione piuttosto limitato ma assolutamente rappresentativo, emergono inoltre:
a – una forte predisposizione al gossip
b – una marcata assenza di ipocrisie nell’esercizio dialettico
c – un’attitudine al dettaglio (soprattutto quando riguarda scarpe e gioielli)
d – enormi differenze di stile ma un’ironia comune davvero esilarante
In certi momenti di stanchezza funzionano un po’ come gli uomini, a canali alternati.
Come ha detto Nadiolinda durante il quarto posato fotografico (quindi al termine di un’afflizione di freddo e stress durata 6 ore): “non abbiamo vie di mezzo: o figa, o cervello, scegliete quali dei due interruttori dobbiamo accendere”.
Che dire, una sorta di fenomeno editorial-cultural-social-generazionale.
C’è da trovargli un nome.
Ma qualcosa di fico, mi raccomando.
Afflizioni masturbatorie
di elenatorresani (22/12/2008 - 11:53)

Isabella Colombo ha scritto per Donna Moderna un articolo curioso.
Pare che ci sia un nuovo studio statunitense (dell’Arizona University) che avverta sul rischio per le donne dell’appiglio consolatorio della masturbazione.
Insomma: si torna a casa da una dura giornata di lavoro e ci si sfoga sessualmente in totale solitudine. Il piacere solitario è garantito, sicuro, veloce, e senza implicazioni.
Peccato che questa abitudine, a quanto pare, diventi più uno sfogo nevrotico individuale che un incontro col piacere e porti, col tempo, alla pigrizia.
Il ricorrere abitualmente all’autoerotismo allontanerebbe quindi noi donne dalla ricerca dell’unione carnale col maschio, scoraggiandoci all’incontro.
Ho diverse perplessità.
1 – Non ho ancora conosciuto una donna che si impigrisca verso l’incontro carnale perché si masturba troppo: le ragioni, se questo succede, sono ben altre.
2 – Perché poi questo dovrebbe succedere solo alla donna e all’uomo no, mi è difficile comprenderlo.
3 – Se anche fosse vero, il fatto che si ricorra a pratiche masturbatorie regolari perché a piacere garantito e senza implicazioni di sorta… la dice lunga su un sacco di cose relativamente ai nostri rapporti di letto.
Ammetto che eccedere con questa pratica (come con qualsiasi altra pratica) tenda ad anestetizzare o ad alterare certe percezioni del piacere.
Esiste sempre un confine tra un sano approccio e un rapporto morboso.
Tuttavia questo studio dell’Arizona University mi sembra una sciocchezza esponenziale: la causa del disincanto verso gli incontri carnali o della mancanza di motivazione arriva da ben altri, e molto più profondi, luoghi.
Wilma Flinstone e il suo ingenuo (quanto sventurato) viaggio nel tempo
di elenatorresani (22/12/2008 - 11:51)

Alla veneranda età di 34 anni suonati sono ancora in grado di stupirmi per cose che la maggior parte delle persone reputa probabilmente ovvie.
Ci sono giorni in cui mi sento Wilma Flinstone catapultata nel XXI° secolo.
Il mercato del libro, ed in particolare quello dell’editoria, non la finiscono di lasciarmi a bocca aperta. Nel mio mondo delle bambole avevo ancora l’idea malsana che un settore così profondamente culturale fosse riuscito a rimanere piuttosto incontaminato dalle leggi di mercato feroce e di scarso contenuto che ormai hanno già ridicolizzato, in Italia, altri ambiti artistici (come quello dell’arte contemporanea o della musica).
La prima doccia fredda è stata quella della scoperta dell’editoria a pagamento: alcune piccole case editrici chiedono ad autori emergenti di partecipare al loro rischio d’impresa con una condivisione iniziale dei costi.
Ho perdonato questo peccato veniale a fatica, pensando che comunque, in un paese di pessimi lettori come il nostro, potesse essere una necessità per farsi largo e sopravvivere in qualche modo all’oligopolio delle grandi.
Sulla mia pelle scopro poi che essere pubblicati da un piccolo editore e non esserlo affatto è praticamente la stessa cosa, e cerco di dissuadere tutti gli aspiranti scrittori che mi contattano a non accettare contratti-fetecchia se non a fronte di garanzie di distribuzione di un certo livello.
Un mese fa ricevo poi un’e-mail di un’agenzia di comunicazione che mi chiede di recensire un certo libro (che in Europa è stato un grande best-seller) sul mio blog. In cambio avrei avuto una copia di quel libro in omaggio.
Ora… risparmiare 16 eurini (che comunque non avrei speso) in cambio dell’obbligo implicito di doverne parlare bene a dispetto dei miei reali pareri post-lettura?
Offensivo.
Scoprire però che ci sono società di comunicazione esterne alle case editrici che si occupano (o cercano di farlo) di comprare il parere degli opinion leader per influenzare le masse… mi ha dato allo stomaco.
Se hanno offerto un libro gratis a me, l’ultima blogger di questa terra, immagino offriranno ben altro a chi veramente è un opinion leader in grado di indirizzare gli acquisti.
Se questo può andar bene per un videogioco, per un monopattino, per un paio di scarpe, per orecchini o occhiali da sole, invece per un libro mi sembra piuttosto miserabile.
Forse sono semplicemente io che ho, o avevo, un’opinione sbagliata di quello che un libro doveva o dovrebbe essere, o la cultura più in generale.
Ma d’altra parte siamo nel paese in cui la Mondadori pubblica la seconda (perché una non era sufficiente) biografia di Albano Carrisi… pare con grande successo.
Questa è la nostra CUL-TURA.
Stamattina un’altra meteora si abbatte sul mio mondo di pietra, leggendo un articolo di GianPaolo Serino “Discreti e griffati, ecco i signori del libro”.
http://satisfiction.menstyle.it/
Da qui sono partiti mille pensieri: sul talent-scouting letterario e sull’equilibrio spesso inesistente fra talento e pubbliche relazioni, soldi e contatti.
Mille rigurgiti sul valore editoriale e sulla percentuale del diritto d’autore.
Speravo che il disincanto non toccasse anche questo.
Wilma Flinstone vuole ritornare a Bedrock.
Della fregatura animale
di elenatorresani (09/12/2008 - 21:48)

Io sono innamorata di un uomo morto. Che ci volete fare, ognuno ha le proprie disavventure emotive.
Nello specifico sto parlando di Tiziano Terzani. Nel suo “La fine è il mio inizio” racconta di come il crollo del comunismo abbia rappresentato la fine di un grande sogno: quello di creare un uomo nuovo, una società nuova attraverso la politica. E di come il fanatismo islamico di oggi sia una risposta, diversa, allo stesso sogno.
Scrive Terzani: “Assassini, grandi assassini. C’è qualcosa di sacrilego nell’idea di voler creare l’uomo nuovo che è di tutti, tutti i rivoluzionari. Lenin, Stalin, Trotsky, Mao: tutti hanno avuto lo stesso sogno. Ma l’uomo è quello che è, è il frutto di un’evoluzione e non puoi fermare l’evoluzione”.
Questo mi riporta ad un altro bellissimo libro, stavolta di Umberto Galimberti, dedicato al nichilismo e ai giovani d’oggi. Galimberti racconta di come, deluso dalla religione e dalla chiesa, l’uomo si sia rifugiato in altri “credo” per dare un senso alla propria vita. “Credo” che sono stati a turno la scienza (che però non spiega il senso della vita, ma solo il suo processo), religioni di altre culture, la politica. Col crollo del sogno comunista, ultima disillusione dell’idealismo, ai nostri ragazzi resta davvero poco a cui aggrapparsi con fede, valore e speranza.
Dice Galimberti: “Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa.”
Non esiste per i giovani una direzione di contenuto, un’appartenenza di specie: di loro si occupa solo il marketing, per farne dei gran consumatori. L’istruzione è vista in base al profitto, come un puro fatto quantitativo, non una base per l’educazione e l’identità. Scrive Terzani dei suoi tempi: “Chi voleva fare l’avvocato per difendere i poveri, chi voleva fare il politico, chi il diplomatico. Nessuno studiava per diventare consulente finanziario, come fanno i giovani d’oggi. Quella era roba che non si sapeva nemmeno esistesse. E non era un atteggiamento altruista il nostro: era un compito. Ci sentivamo una élite, ci sentivamo privilegiati di poter studiare e ci pareva naturale, per niente ideologico, volere in qualche modo restituire alla società quel che la società ci aveva dato.”
Il disagio è puramente culturale e non esistenziale, allora? Direi assolutamente di sì.
Purtroppo sembra che oggi l’unico modo forte, l’unica risposta a questo vuoto culturale sia stata davvero l’aberrazione della Jihad islamica. Non mi limito a parlare di chi getta sassi dal cavalcavia, riempie il vuoto con le droghe e l’indifferenza, o di chi getta motorini sugli spalti dello stadio. Mi sollevo su registro globale, perché purtroppo anche nazioni e popoli con una cultura antica, solida, corposa hanno cercato di distruggere tutto ciò che avevano per omologarsi al modello occidentale: parlo della Cina, del Giappone, dell’Indocina, e in parte anche dell’India e della Russia.
Ho sempre fortemente creduto che la parte animale dell’uomo renda impossibile l’applicazione solida di molti idealismi, per quanto ammirevoli e auspicabili. La necessità ancestrale di nutrirci, di riprodurci, di sopravvivere, ci ha reso istintivamente territoriali. Confini, case, matrimoni. Lotte di appropriazione, guerre per fazzoletti di terra, diffidenza verso lo straniero, possesso, accumulo: la mia casa, il mio orto, la mia nazione, la mia regione, il mio dio. Questa parte animale non è stata, e forse non sarà mai, superata. La vera vergogna è quando di questa parte naturale si prende l’aspetto peggiore, quello cattivo, feroce, crudele, e lo si mette al servizio di un ideale.
Scrive Terzani: “La verità è che c’è una natura umana che è individualista, egoista, che non accetta limitazione ai propri diritti. (…) E da qui il mio passo verso l’unica rivoluzione che serve, quella dentro di te. Le altre le vedi. Le altre si ripetono, si ripetono in maniera costante, perché al fondo c’è la natura dell’uomo. E se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete.”
Che Terzani abbia ragione?
Una scoperta d'amore
di elenatorresani (28/11/2008 - 09:35)

L’altra notte mi è suonato il telefono alle quattro: mia mamma mi chiedeva di andare a prendere lei e mio padre in pronto soccorso.
Dicono che i figli siano la nostra parte vulnerabile esposta nel mondo. Io questo non lo so.
Ma so che i genitori sono la colonna vertebrale che ci tiene in piedi nella vita.
In questo 2008 che mi ha portato la consapevolezza che prima o poi dovrò anche io rinunciare al loro sostegno, ho anche fatto un’enorme e impagabile scoperta d’amore.
Attraverso la malattia di mio padre, e al terrore di perderlo, sono arrivata in una parte di me che non sapevo esistesse.
Non credo che l’amore per i genitori sia scontato, così come non credo che esista un rispetto dovuto a prescindere o sempre gratuito.
Non ho remore nel dire che durante l’adolescenza ho provato solo odio per la mia famiglia, che si è poi trasformato in rabbia e risentimento dopo i vent’anni. A trenta, raggiunta la consapevolezza, attraversato un percorso personale piuttosto tortuoso e guadagnata una necessaria indipendenza psicologica, sono andata incontro alla riappacificazione e al perdono, affrontando la riscoperta.
Per me scovare un amore così grande è stato un inaspettato regalo del mio essere donna, mentre loro invecchiano tutto d’un fiato: un dono tardivo e per niente scontato del mio processo sentimentale.
Tutto è accaduto nel reparto di rianimazione del San Matteo di Pavia, quando ho visto mio padre intubato e gonfio riemergere da un’operazione durata 6 ore. Su quel davanzale dell’afflizione, pieno di santi e madonne, corone e rosari, gli ho visto riaprire gli occhi, guardarci e sorridere, come se avesse capito in quell’istante, solo vedendo noi, di essere sopravvissuto, e di non essere solo.
Io, mia mamma e mia sorella, le sue tre donne, gli abbiamo alzato il pollice al di là del vetro, per fargli sapere che era andato tutto bene. Per fargli capire che era con successo, e ancora, tra di noi.
Non so se in vita mia proverò mai più un amore così grande, un’emozione tanto forte da lasciare il suo riverbero ancora dopo mesi, una felicità che non riesce a trovare paragoni in niente.
Quando poi, come ieri, mi stramazza al suolo un’altra volta, la paura di quei giorni (quella di perderlo, intendo) ritorna violenta, lasciandoci tutte senza fiato.
Perché se la malattie cardiovascolari danno l’enorme vantaggio ai malati di avere la speranza di una morte veloce e clemente, dall’altra parte danno a noi famigliari il terrore che ogni momento possa essere l’ultimo.
Ogni mal di stomaco, ogni mal di testa, ogni peso toracico diventano minacce da ultimo istante.
Penso a mia madre e al pathos che affligge ogni sua giornata piena di premure. Perché i miei genitori si mandano quotidianamente a fare in culo da 35 anni, ma sono ancora innamorati come due passerotti.
Sono sempre stata convinta che mia madre abbia sempre amato molto di più suo marito che le sue figlie (ed è stata una delle colpe che forse ingiustamente ho fatto più fatica a perdonarle), e quando la guardo e la vedo così inerme mi crolla un mondo.
Solo ora capisco gli orfani, quelle persone che hanno perso uno dei due genitori quando ancora non sarebbe biologicamente giusto. Li vedi, gli orfani. Se affini lo sguardo puoi vedere impressa una data nella loro anima, quella della perdita.
Io che sono una di quei miracolati che ha avuto una seconda possibilità, ringrazio la malattia per questo regalo d’amore che non mi abbandonerà mai.
Hello Spank, e la patologia dei Cardio-Occhi
di elenatorresani (28/11/2008 - 09:33)

Stanotte, affranta da insonnie di varia natura, riflettevo su quel cagnolino con gli occhi a forma di cuore… ve lo ricordate Hello Spank, che quando vedeva la sua Iaia gli venivano i cardio-occhi?
Mi ricorda tanto la Carfagna, quando parla di Berlusconi.
L’altra sera, alle Invasioni Barbariche, le è stato chiesto un difetto, almeno uno, del Presidente del Consiglio: non ha saputo rispondere, se non poi aiutata da alcuni suggerimenti della Daria Bignardi (la tinta ai capelli?).
Purtroppo i cardio-occhi non sono una patologia esclusiva della Carfagna.
Ma se ormai ci siamo abituati ai telegiornali patetici e quasi commoventi di Emilio Fede, diventa difficile ammettere il diffondersi di questo virus su un numero sempre più ampio di persone.
Perché vedete, non si tratta né di ammirazione né di amore: io i difetti delle persone che ammiro e che amo li vedo benissimo e non ho paura a riderne o ad arrabbiarmici.
Credo si tratti piuttosto di una sorta di via di mezzo tra venerazione ed idolatria: due sentimenti che non solo tendono a rendere deficienti, ma che sono profondamente pericolosi, soprattutto in politica.
Con un senso di doveroso allarme, devo dire che il cardio-occhio sta diventando piuttosto trasversale nel nostro parlamento, e colpisce un po’ tutte le fazioni del nostro pollaio.
Perché, diciamocelo, di pollaio si tratta: se diamo un’occhiata alle elezioni americane e a come gli avversari si sono comportati anche di fronte a vittorie e sconfitte, non possiamo fare altro che sentirci ancor più miserabili nelle nostre eterne lotte tra guelfi e ghibellini.
In Italia un Berlusconi e i suoi adepti ido-latranti possono governare perché non esiste nessuna personalità significativa, carismatica, convincente che abbia saputo oscurare questo orsacchiotto ossessionato dal mito del super-giovane.
È un governo che ci è toccato perché non avevamo niente di meglio, e lo dico assolutamente affranta.
Questo ci dà la misura, e il polso, della nostra salute politica nazionale.
Nonostante la latente speranza di veder sorgere dal nulla il nuovo Obama italiano, quando vedo i cardio-occhi e il vuoto spinto che ci sta dietro, un sospiro di sconforto mi stringe il petto.
Un po’ come quando guardavo Dolce Remy che non riusciva a trovare mai la sua mamma, e ci teneva inchiodati allo schermo a furia di lacrime.
Il feticismo non conosce recessione (ma l'amore sì)
di elenatorresani (13/11/2008 - 20:42)

Un sacco di donne sono afflitte dal feticismo delle scarpe. Io invece, pigra, culona, nemica di ogni tipo di sforzo e fatica, ho virato il mio culto per l’oggetto verso collane e borse.
In realtà per me si tratta di passioni. Il feticismo è qualcosa di ben più forte, una condizione sine qua non, un vizio inevitabile e necessario, un bisogno impellente che non ci dà respiro fino a quando non è soddisfatto. Il feticismo vero credo stia ben più a monte, oggi, rispetto all’oggetto del desiderio: questo o quello, fa ben poca differenza. Il vero feticismo è quello per l’acquisto, l’accumulo, il possesso della novità, il cambiamento. Ecco perché non abbiamo mai niente da metterci ma il nostro armadio fa fatica a chiudersi: dobbiamo continamente rinnovare. Lo stimolo, e l’appagamento, risiede nel passaggio del bancomat nel pos. E in un’etichetta da staccare. Non credo sia mai esistita nella storia una saturazione consumistica di questo tipo, un’assuefazione così veloce verso ciò che abbiamo.
Oggi però il colore delle nostre prospettive viziose non è esattamente roseo, ma assume sempre di più la tinta rossa dei nostri conti correnti. Allora nasce un’altra tendenza: quella dell’ostentazione dell’acquisto fico a basso prezzo. Tra noi, gente comune senza santi in paradiso, senza genitori da spennare, mariti da mungere o nonni sfondati di soldi di cui sperare la dipartita, non si rinuncia certo al vizio. Lo si dilaziona maggiormente nel tempo, e ci si comincia a vantare della borsa spettacolare acquistata a 25 Euro, dell’affarone tacco-grattacielo portato a casa per 60 Euro, dei jeans comprati da Fiorucci a 29. Tanto tra sei mesi saranno già passati di moda, e tra due avremo comunque voglia di comperarcene un paio nuovi.
La recessione a conti fatti ha i suoi aspetti intelligenti.
C’è un problema però, perché se tutto questo vale davvero per le cose che possediamo, è traslata spesso anche verso quelle che viviamo. A questa stregua siamo consumatori compulsivi e utenti velocissimi anche nel lavoro, negli hobby e nelle relazioni interpersonali.
Però qui c’è da stare attenti: non ci sono amori fichi a basso prezzo.
Voglio entrare nella Pink Gang
di elenatorresani (13/11/2008 - 20:38)

È meraviglioso quando qualcuno ha la forza di liberarsi da una vessazione, ribellandosi al proprio carnefice. Ancor più meraviglioso è quando la parola “BASTA” arriva, corale, da un gruppo di persone che si danno da fare per cambiare la loro schifosa realtà.
Perché spesso in alcune zone del mondo una singola persona (soprattutto se è donna) non ha nessun diritto; ma unita alle altre riesce a trovare una voce.
Nell’India del Nord da due anni a questa parte succede che alcune donne abbiano deciso di armarsi per la giustizia, vestirsi di rosa e munirsi di bastoni, fondando la “gulabi gang” (pink gang, appunto).
Con il loro lathi vanno per le strade dell’Uttar Pradesh (regione che raggruppa 200 tra i più poveri distretti indiani) a parlare con gli uomini. In queste zone dove più del 20% della popolazione è considerata intoccabile, dove le donne alfabetizzate sono il 23% contro il 50% degli uomini, dove la cultura feudale sdogana lo sciovinismo peggiore e dove la polizia conosce livelli di corruzione altissimi, non esiste tutela per i poveri: per le donne povere ancor meno.
Queste 200 indiane vestite di rosa cercano di convincere gli uomini a non picchiare più le loro mogli, a mandare a scuola le figlie, a non darle in matrimonio quando hanno meno di 10 anni, a non maltrattare più le proprie conviventi. Se il dialogo non funziona, passano a mezzi a volte più persuasivi: le bastonate.
Prendono lezioni di combattimento e cercano di riportare l’equità in una società dove gli stupri, le violenze e la corruzione della polizia, che ovviamente non interviene su casi come questi, sono all’ordine del giorno.
Si definiscono delle paladine della giustizia, tanto che anche alcuni uomini stanno cominciando ad unirsi al gruppo nella lotta contro queste atrocità, ma con mansioni diverse rispetto alle “donne armate di bastone”.
La mia filosofia di pensiero, in linea generale, mi porta a credere che la violenza generi sempre altra violenza, e non sia mai una soluzione vera. Ma provo un sottile piacere e un tronfio senso di pedagogico riequilibrio immaginandomi questi maneschi imbecilli assaggiare per la prima volta il sapore del contrappasso.
Non solo: mi figuro il loro stupore di fronte alle sonore bastonate di una donna vestita di rosa.
Non so quanto questa pratica riesca a sedare attitudini tanto radicate, ma pare che a conti fatti i risultati in quella regione comincino a vedersi: il numero degli stupri diminuisce, le ragazzine cominciano a studiare e quegli asini con le braghe muovono meno le mani sulle loro mogli.
Il fine giustifica i mezzi?
Il crollo di Wonder Woman
di elenatorresani (02/11/2008 - 19:29)

Finalmente la realtà sta ammazzando Wonder Woman. Una quotidianità devastante sta demolendo pezzo per pezzo il mito della super donna, tutta carriera e famiglia, laptop e swiffer. Sondaggi e statistiche rivelano una drastica inversione di tendenza: il numero delle donne che credono nel mito della femmina tuttofare diminuisce drasticamente, quantomeno nel mondo anglosassone. Ci stiamo evidentemente rendendo conto che non siamo indistruttibili, che le giornate sono di 24 ore per tutti e che non eistono premi honoris causa alla fine della corsa, ma solamente enormi sensi di colpa per tutte le cose che siamo riuscite a fare solo a metà
Leggo uno degli strepitosi articoli di Daria Bignardi, in merito alla scelta di Cofferati per la famiglia. Daria parla della frustrazione del poter dare a una parte solo ciò che resta dell'altra: lavoro vs famiglia, un conflitto tutto per noi, infiocchettato e confezionato dall'eccessivo entusiasmo da emancipazione tardiva. I diritti acquisiti solo poco tempo fa ci hanno obbligato ad una libertà esplosiva. Non mi stupisce che ora alcune donne alzino bandiera bianca, dicendo "ragazzi, nun gliela famo". Secondo la Dariona nazionale la passione per la propria famiglia e per il proprio lavoro è l'unica chiave possibile, l'unico modo per potercela fare: a finire la proprie giornate bulimiche e a pagare tutti i prezzi del caso.
Anni fa ero assistente di un direttore generale donna: laureata in matematica, due palle quadre, un'intelligenza ben oltre la norma. E due figli da crescere. Che se voleva crescerli un po' anche lei, infilandosi tra la tata e la nonna, doveva farsi il culo. Puntava la sveglia alle 3.30 del mattino, per rispondere alle e-mail. Alle 7 poteva così far colazione coi figli e arrivare in ufficio in pari con la giornata e la coscienza. Beh, io non ho voglia. Non solo non ho voglia di gestire sensi di colpa imperituri e senza soluzione (e ormai abbiamo visto bene a quali errori educativi conducono i sensi di colpa irrisolti), ma nemmeno di dormire 4 ore per notte a tempo indeterminato (grande lusso, in questo mondo tutto precario).
Se devo dirla tutta, non avrei nemmeno i soldi per pagarmi una tata, io. Non vado nemmeno in ferie per pagarmi le bollette, figuriamoci. Come si mette al mondo un figlio con un mutuo, una casa, e uno stipendio normale, o due stipendi normali? Io non lo so.
Rimane una questione di qualità della vita. Non solo della mia, ma anche del mio figlio inesistente. Sarà che sono probabilmente priva di istinti materni lancinanti o di impellenze biologiche insopprimibili, ma credo che una donna debba scegliere di diventare madre non a tutti costi, non per soddisfare un'istinto o per adempienza sociale, ma sempre consapevolmente. Io non posso garantire un futuro solido al mio figlio inesistente, e nemmeno una presenza appagante. Chi me lo cresce? La Gelmini forse? Oppure lo porto in Vaticano: magari insieme agli anatemi contro i contraccettivi distribuiscono anche assegni per le madri indigenti all'Angelus della domenica. È un anno che vado in giro con un dente scapsulato, che quando rido mi si vede la vite di metallo spuntare dalla gengiva. Come li pago i pannolini? Si lavano? Sono autoclavabili? Con quello che spendo in benzina potrei chiedere all'Agip se offre assistenza pediatrica con i bollini fedeltà.
No, non posso fare a meno di lavorare. E anche lavorando non ce la faccio ad arrivare serenamente alla fine del mese. Dove lo metto un figlio? Al banco dei pegni dalle 9.00 alle 18.00? Mi sono sentita dire di tutto, in questi anni di mancata maternità: che senso ha la tua vita senza progenie? Chi ti aiuterà quando sarai vecchia? Non trovi che la tua sia una scelta piuttosto egoista?
A dire il vero io credo proprio il contrario. Posso capire che un bambino valga un mucchio di sacrifici: questo ci arrivo pure io ad ammetterlo. Ma per il bambino, questo mucchio di sacrifici, valgono l'assenza di molte cose, tra cui quella di sua madre? La mia risposta, da figlia, è no. La mia risposta di madre non so se ve la darò mai: le banche e la natura hanno entrambe scadenze improrogabili. 10 anni di fertilità residua vengono però inesorabilmente sconfitti da 17 anni di mutuo.
Niente figli a tutti i costi, per me.
Il mercato della vagina: storia di un mancato business
di elenatorresani (30/10/2008 - 19:09)

Che il mondo della sessualità femminile sia ancora dominato dagli uomini è un dato di fatto: ricercatori, medici, ginecologi, sessuologi.
Che anche il mondo del business intorno ad essa sia prettamente maschile è però a volte deleterio: prova ne siano i terribili spot degli assorbenti per signora.
La settimana scorsa mi sono trovata nel Regno Unito ad organizzare, per lavoro, una presentazione di un nuovo aggeggio ad uso prettamente femminile: un ovetto vaginale destinato alla ginnastica intima di noi femminucce.
Questi ovetti, dal packaging estremamente accattivante e colorato, sono una sorta di piccoli “pesi” da inserire in vagina per allenare i muscoli della parete pelvica.
Il relator, in perfetto stile british, li ha presentati come utili nella prevenezione e nella cura dell’incontinenza femminile.
Essendo un meeting di presentazione alla forza vendita, sono mestamente intervenuta sottolineando che l’uso di questi ovuli potrebbe essere proposto anche per ben altri scopi, dato che tali esercizi vaginali migliorano sia qualitativamente che quantitativamente l’orgasmo femminile.
Ero onestamente convinta di aver fornito un contributo intelligente, dando uno spunto commerciale che ampliava il target di utenza di un buon 80% (non vi sto a tradurre quanto questo possa significare in soldoni, lo potete ben immaginare).
Il relatore mi ha riso in faccia, dicendomi che non aveva intenzione di prendere in considerazione il mio suggerimento dato che lui doveva basarsi esclusivamente su situazioni che avessero un fondamento medico.
Ci tengo a sottolineare che eravamo solo due donne, di fronte a 20 uomini divertiti.
Ho saputo, non so come, mantenere un atteggiamento elegante, limitandomi a scrivere una mail privata al suddetto relatore alla chiusura dell’incontro.
Gli esercizi di Kegel sono noti fin dall’inizio del secolo e molti ginecologi ormai li consigliano alle loro pazienti in quanto, irrobustendo la muscolatura pelvica:
- Riducono le probabilità di incontinenza femminile (motivo primo per cui sono stati pensati)
- Riducono il rilassamento delle pareti vaginali post-partum
- Intensificano ed aumentano il piacere durante i rapporti, aumentando la probabilità di raggiungere l’orgasmo (piacevole scoperta avvenuta in seguito all’introduzione di tale pratica)
Se è vero che i cedimenti dell’apparato urogenitale alla base dell’incontinenza femminile riguardano il 10% delle donne, è vero che quasi tutte le donne affrontano almeno una gravidanza, così come è vero anche che l’orgasmo durante il coito è raggiunto regolarmente solo dal 30% delle donne italiane: direi quindi c’è un buon 70% di donne là fuori che sarebbero ben felici, tra le altre cose, di allenarsi con questi ovetti.
È più probabile che questi strumenti siano acquistati da me piuttosto che da mia madre, ve lo assicuro.
Ora, sicuramente è una scelta aziendale come un’altra decidere di vendere un prodotto ad una manciata di incontinenti piuttosto che a stuoli di donne lungimiranti; non so quanto vincente, ma questo non è un problema mio.
Il tarlo che invece mi rode il cervello è il pensiero che ci siano uomini là fuori che, senza averne titolo, siano convinti di saperne più loro di me della mia vagina. Sono una donna, e una donna informata: questo, se si parla di ovuli vaginali, ha un valore commerciale molto più grande di qualsiasi posizione professionale.
Tralascerò l’aspetto relativo alla maleducazione con cui sono stata trattata (come se avessi fatto un pettegolezzo da bar sport ad un congresso medico), ma mi domando perché mai un’azienda dovrebbe limitare così tanto le possibilità di vendita.
Sicuramente esistono fortissimi tabù, anche da parte delle donne stesse, riguardo all’orgasmo femminile. Ma sono questi tabù ancora così forti da andare ad influenzare, in negativo, potenziali possibilità di guadagno? Oppure stiamo ancora pensando che l’orgasmo femminile non sia semplicemente un tabù ma addirittura un argomento di scarsa rilevanza?Ancora si pensa che per le donne l’importante sia soddisfare il partner, trascurando le proprie aspirazioni ad una vita sessuale totalmente appagante? Se si fanno qualche goccia di pipì nelle mutande è giusto aiutarle ma chissenefrega del loro orgasmo?
O forse esiste la paura, da parte di un relatore che dovrebbe essere piuttosto istruito in materia, di essere scambiato per uno sporcaccione che commercializza sex-toys?
Questo la direbbe lunga sull’ignoranza, molto lunga.
Un’ultima osservazione. Se venisse presentata sul mercato una crema in grado di prevenire le prostatiti, ma di cui si scoprissero poi col tempo insperati e positivi influssi sulla tenuta e sulla durata dell’erezione, quanto pensate aumenterebbero le vendite? Credo, e non a torto, che il prodotto andrebbe esaurito in brevissimo tempo in tutte le farmacie.
Ma noi donne no, noi siamo diverse. E un po’ forse è vero. Un po’ forse la colpa è ancora nostra: temo che noi per prime tendiamo a sottovalutare l’importanza del nostro diritto ad una sessualità completa. Tuttavia, finchè anche noi non andremo sul mercato a reclamare tale diritto, il mercato penserà al prolasso della vagina solo in virtù del nostro potere d’acquisto dei Tena Lady. Non per altro il Viagra esiste da anni, e solo una manica di sfigati si stanno invece dando la briga di studiarne la versione in rosa.
Aspettiamo.
La lezione della Signora Carla
di elenatorresani (08/10/2008 - 11:57)

Mi diverte sempre raccontare la storia della Signora Carla, perché la dice lunga su un sacco di cose.
Carla è una parente acquisita, e ogni volta che mi vede mi raccomanda di non sposarmi. Lei l'ha fatto intorno ai vent'anni (oggi ne ha sessanta), ha fatto due figli, si è separata. Poco dopo ha incontrato Rino, e provata dalla fallita esperienza matrimoniale, ha deciso di gestire questa nuova relazione in maniera completamente diversa.
Mi dice: "Gliela davo solo in vacanza. Praticamente ero sempre in viaggio. Anche quando è venuto a vivere con me ed i miei figli, dopo anni di relazione, stessa storia. Dormivamo in stanze separate, e lui la vedeva solamente in versione turistica".
E poi?
"E poi un bel giorno mi ha fregata. Mi ha detto: se mi sposi ti porto a Capri. Sai Elena, in quegli anni Capri era il mito della bella vita, l'altrove dove tutti volevano andare almeno una volta nella vita. Beh, l'ho sposato."
E com'è andata?
"Ci credi se ti dico che Capri non l'ho ancora vista?".
Io i primi tre mesi di relazione col mio attuale amore li ho vissuti come una principessa. Poco dopo mi sentivo Sandra Mondaini. Ora mi sento come mia madre, che si lamenta dell'assenza di mio padre la domenica per fare i lavori in casa.
Per una che è stata single per la maggior parte della sua vita, l'assenza di un uomo fisso al suo fianco ha significato spesso l'assenza della forza lavoro maschile: qualcuno che facesse revisionare la macchina, che capisse quale cavo va dove, che mi aiutasse con le valige in vacanza.
Quando sono andata a vivere da sola mi sono fatta un trasloco intero, su e giù per le scale, senza ascensore, all by myself. Per montare le tende e trasportare le librerie ho dovuto mendicare i fidanzati alle mie amiche: che prestito agghiacciante.
Ora che ho un fidanzato che sia all'altezza di questa parola, sotto questo punto di vista non è cambiato nulla: domenica ho recuperato una scala e dei cacciaviti, ho spalettato le tende dal muro, le ho lavate, stese, stirate, rimontate e inchiodate di nuovo. Lui dov'era? A pescare.
E bada ben: per quanto reputi agghiacciante l'hobby della pesca (tanto più che lui non porta a casa nemmeno da mangiare perché ributta i pesci nel fiume), il problema non è lì. Perché se non fosse la pesca sarebbe il calcio, o il bar o chissà cos'altro. Mio padre andava a vedere le corse di ciclismo, con mia madre che berciava perché c'era da sistemare il giardino e io che le davo della stronza: "sto pover'uomo lavora tutta settimana come un mulo, lascialo svagare un attimo!".
Il giusto contrappasso è essere diventata come lei.
Eppure rivendico con orgoglio il diritto al lamento, che mi pare piuttosto connaturato alla natura femminile. Non so se per ragioni ormonali, sociali, abitudinali o semplicemente per richiamare un'attenzione necessaria, ma di fatto a noi donne piace da morire fare piagnistei. O meglio: forse abbiamo imparato a non farne, ad essere indipendenti, cazzute e forzute, ma al momento giusto troviamo il modo di ficcare in gola a dovere la riprovevole mancanza di 8 mesi fa.
Lasciatecelo però, il lamento. Lasciatecelo in memoria di tutte quelle donne che hanno sopportato di fare la spesa con a fianco un uomo che ascoltava le partite dall'auricolare della radiolina da tasca.
Io lo rivendico il lamento, perché se devo passare la domenica a svasare i cipressi da sola, almeno lasciami sottolineare il fatto che sei uno stronzo a lasciarmelo fare da sola.
E che io sono fichissima ad esserci riuscita.
No, non aspetto sabato prossimo quando ci sarai anche tu, perché tutte le volte ce n'è una e i cipressi rischio di lasciarli morire. Se una cosa è da fare, è da fare.
No, non sono nevrotica.
È che speravo che avere un fidanzato significasse avere anche un manovale.
Per risolvere il problema ho deciso di imparare dalla signora Carla: gliela darò solo in cambio di manodopera.
Se questo è un uomo
di elenatorresani (27/09/2008 - 09:36)

Instanbul, un tramonto pieno di gabbiani su una terrazza che guarda la Moschea Blu, ascoltando il canto dei Muezzin dai minareti.
Non c'è niente di più romantico, niente che mi abbia mozzato il fiato così.
Istanbul è solo una delle perle del mondo Islamico, e se si fosse liberi di andare in quei posti senza temere per la propria pelle, la vita sarebbe senz'altro migliore.
Quando sono entrata in una moschea per la prima volta ho pianto. Mi sono messa il velo per rispetto, mi sono levata le scarpe, ho camminato mestamente, e appena ho visto quelle donne nascoste dietro le grate sono scoppiata in lacrime.
Le donne come merce immonda, come veicolo di peccato, come vergognosa tentazione.
L'altra sera seguivo un servizio che raccontava di alcuni versetti del Corano: pare che in alcuni passi si sostenga l'uguaglianza tra uomo e donna. Però in altri viene poi stabilito che l'uomo deve provvedere alla donna in quanto le è un gradino sopra; deve batterla ogni volta che è disobbediente; può visitare il suo campo fertile a suo piacimento ogni volta che vuole.
Il Profeta si raccomandava che le donne nascondessero "tutte le parti belle", confondendo moltissimo i suoi seguaci sul valore della bellezza e sulla necessità di nasconderla. Quali siano le parti belle da nascondere, Maometto non lo disse.
Nel dubbio, molti islamici hanno deciso di comprirle tutte da capo a piedi. Mica di sbagliare.
Io negli Emirati Arabi le donne le ho viste mangiare al ristorante sotto quel palandrano nero: alzare discretamente dalle spalle la parte che ricopre la testa, infilarvi attentamente la forchetta sotto senza lasciar vedere nulla, e ripetere il gesto ad ogni boccone. Vi assicuro che il mio cane ha pasti molto più agevoli.
La settimana scorsa ho letto un libro dal titolo: "La prova del miele", di Salwa Al-Neimi, una docente di arabistica dell'università di Parigi che tenta di far capire quanta letteratura erotica (e qundi libera) esista in realtà nel mondo arabo, cercando di smentire le illazioni inerenti alla sessofobia (si dirà così??) delle popolazioni islamiche.
Intanto per raccontarcelo è dovuta arrivare a vivere in Francia. E poi, sempre raccontandocelo, ci dice in realtà che buona parte di questa letteratura risale all'epoca pre-islamica.
Di oggi io leggo cose tipo "The Desert Flower", dove la modella Waris Dirie ci racconta della sua infibulazione e della sua tragica fuga dall'Africa. Oppure "Bruciata Viva", di Suad, sopravvissuta per miracolo ad un delitto d'onore e costretta tuttora a vivere in Europa sotto falso nome. Anche la cronaca italiana ha visto la brutalità del delitto d'onore: un pettegolezzo, un presunto disonore, un consiglio di famiglia, l'esecuzione, l'impunità.
Ho letto anche, affascinatissima, "La terrazza proibita" di Fatema Mernissi, rimanendo incantata da come donne senza scelta riescano ad essere felici di nulla, pur struggendosi nel sentimento di ingiustizia.
Molte pratiche brutali sono retaggio dell'epoca tribale, me ne rendo conto. Non hanno nessun fondamento religioso.
Ma il loro sopravvivere nei secoli, impunite dalla legge, tollerate dalla società, esibite dalle famiglie la dice lunga su quanto comodo faccia infilare tra un versetto e un altro una presuzione di legittimità tanto balorda.
Cos'avranno mai di così tremendo, le donne, perché l'uomo le tema così tanto.
Ad una donna si recidono i genitali ( e senza anestesia o sterilizzazione eh… siamo mica alla Walt Disney qui!) per assicurarsi la sua fedeltà.
Quando la penetri la devi scucire, non ti puoi sbagliare di certo. La voglia di farsi scucire a lei non viene tanto spesso, puoi starne sicuro.
Una donna viene coperta da capo a piedi perché altrimenti potrebbe sedurre. Santo dio.
Una donna viene picchiata, perché deve portare obbedienza, lavorare e far figli. Vale meno di un capo di bestiame e spesso le figlie femmine vengono ancora uccise immediatamente dopo il parto, direttamente dalla madre.
Ora, c'è chi sceglie liberamente di mettersi il velo e di vivere così, e ci sono anche donne che si laureano e si istruiscono ma decidono di non esercitare per soddisfare un’ambizione famigliare profonda.Da noi d’altra parte c'è chi sceglie di chiudersi in clausura, chi di tingersi i capelli di azzurro, chi aspira a diventare la velina e chi non mangia per pagarsi la macchina sportiva. Pace all'anima loro, ognuno scelga di fare ciò che vuole della propria vita.
Ma è esattamente nella parola SCEGLIERE che risiede il problema, e la differenza sostanziale tra ciò che è giusto e ciò che non lo è per niente.
La maggior parte di queste donne non ha mai possibilità di scelta, e nemmeno di fuga. Ed è in questo luogo esatto che nasce la prevaricazione, e la violazione del diritto umano: il luogo dove la libertà di scelta è negata, anzi, non è nemmeno contemplata.
Io mi domando cosa esista nel cervello degli uomini che permettono o addirittura fanno sì che tutto questo accada. Perchè loro, gli uomini, liberi di scegliere lo sono sempre. La cosa che mi spaventa maggiormente è che non esercitano queste barbarie su sconosciuti, nemici o ipotetici rivali: ma sulle loro mogli, madri, sorelle. E se non sono l’amore, il rispetto famigliare o il vincolo di sangue ad impedire queste violenze, cosa potrà mai farlo?
Nascondersi dietro il vessillo dell'ortodossia religiosa e del rispetto di dio per comportarsi da animali fa un gran comodo, questo è fuor di dubbio. Una sorta di finzione, una grande e colossale presa per il culo per nascondere chissà quale sindrome primordiale. Sicuramente si tratta di una forma di mancata evoluzione della specie. Perché questi non sono uomini, sono aberrazioni.
Che poi mi sbaglio, non sono nemmeno animali, perché l'animale maschio non fa mai del male all'animale femmina, non è così demente. Ho visto solo una volta un maschio (di zebra) accanirsi contro una procreazione illegittima: ma si è guardato bene dall'uccidere la femmina, ha aggredito il piccolo.
E non ditemi che la questione culturale può legittimare tutto questo, perchè allora potremmo arrivare a giustificare culturalmente qualsiasi barbarie, soprattutto quando così demagogica.
Il paradosso risiede anche nel fatto che in certi luoghi per una donna che non si sottopone alla mutilazione genitale è praticamente impossibile trovare marito e farsi una famiglia, e quindi sono le donne stesse a chiedere che questo accada, ansiose di diventare “donne da marito”. Le madri, pur sapendo quello a cui le loro figlie andranno incontro, non hanno scelta se non vogliono renderle delle reiette senza futuro e piene di vergogna: perché la donna integra è impura.
E puttana.
Destinata all’emarginazione.
Il fatto di sentirmi inerme davanti a fenomeni così radicati e difficili da modificare non mi impedisce di urlare continuamente quanto questo non sia giusto. Perché come dice la buona vecchia Lisbeth Salander: “Non esistono innocenti, esistono solo gradi diversi di responsabilità”. E il silenzio è una responsabilità troppo grande.
Il bordello che vorrei
di elenatorresani (13/09/2008 - 21:10)

Siamo un po' tutti vittime del nostro background culturale.
Chi di noi femminucce non è stata fregata dai Fratelli Grimm, e dalla loro frottola sul principe azzurro? Solo con l'età e l'esperienza abbiamo imparato che se ci va un boccone avvelenato in gola è meglio affrettarsi ad infilarci due dita giù per l'esofago.
Quindi metto le mani avanti confessando che sono senza dubbio vittima del fascino culturale che ruota attorno alle puttane e ai bordelli, perdendo ogni tanto razionalità di valutazione.
Penso alle opere di Toulouse-Lautrec, ai libri di Zolà e Amado, alle figure indimenticabili di Nanà e Teresa Batista.
Non si tratta però solo di finzione letteraria, ma di retaggio storico e sociale.
Il bordello è sempre stato un luogo affascinante, di accoglienza. Lontanissimo dalle schiavitù odierne.
Non voglio concedere nulla a pensieri ipocriti che ruotano attorno alla dignità della donna legata al sesso a pagamento: è un fenomeno che non morirà mai, indipendentemente dal fatto che sia giusto o ingiusto, legittimo o vergognoso. Siamo facilissimi ad aprire la bocca ai giudizi, ma siamo altrettanto facili ad abbassare i pantaloni col portafoglio in mano.
Non volendo consumare le mie energie in battaglie inutili, preferisco indirizzarle verso pensieri proattivi e applicabili, che possano attenuare l'impatto barbarico di questo mercato.
Oggi ci sono due tipi di prostituzione: quella coercitiva, che riguarda prevalentemente donne clandestine ridotte in schiavitù e sbattute sulle strade, e quella volontaria, esercitata prevalentemente da donne italiane in appartamento. Sto generalizzando in nome della semplificazione, ammettendo tutte le nicchie del caso.
Ieri la sexy-ministra Garfagna ha presentato il decreto che considera la prostituzione un reato, prevedendo la carcerazione per chi la esercita lungo le strade: siamo un paese di pagliacci.
Le donne per strada sono obbligate a starci, non hanno scelta. E soprattutto non hanno valore: arrestate loro ne arrivano altre, sono carne da macello per i loro sfruttatori: non se ne daranno sicuramente pena. 15 giorni di carcerazione poi? È un provvedimento poco serio all'interno di un decreto ridicolo.
L'intento mi sembra chiaro: indicando come punibile la prostituzione per strada e non specificando nulla per quanto riguarda quella esercitata in "privato" si crea un vuoto legislativo che andrà colmato.
Il passaggio alla riapertura delle case ti tolleranza mi sembra inevitabile.
E io con la riapertura dei bordelli sono d'accordo. Sì, forse dovrei smetterla di pensare ai libri, ma nella mia visione romantica del bordello non c'è spazio per la schiavitù.
Nel bordello una donna decide di andarci a lavorare volontariamente. Non dico volentieri, ma almeno a seguito di una libera scelta (come vado io in ufficio, insomma). Scelta che può essere dettata dal gusto per il sesso, da uno spiccato senso degli affari, da ristrettezze economiche, da condizioni famigliari difficili o come un'ipotesi come un'altra per uscire di casa (c'è gente che ha contratto matrimoni disastrosi per lo stesso motivo).
Ma quale che sia la motivazione, dal momento che si tratta di una scelta volontaria e consapevole è per me sempre preferibile a quello che vedo oggi.
Sostituire lo stato alla malavita e al racket? Non mi scandalizza per niente la prostituzione di stato se quest'ultimo si fa garante di forme di tutela sanitaria e sociale.
In cambio di tasse?
E perché no?
Nel mio bordello romantico ci sono pulizia e igiene, caldo d'inverno e fresco d'estate; non c'è immigrazione clandestina, schiavitù, non ci sono privazioni, abusi e violenze. C'è una tenutaria con uno spiccato senso degli affari che gestisce la location, e la possibilità di andarsene in qualsiasi momento. Contratti a norma di legge e sindacati.
Non so quale tipo di donna andrebbe a lavorare oggi in un bordello: sono passati troppi anni e troppe trasformazioni epocali dalla chiusura delle case di tolleranza per sapere individuare il target della nuova puttana.
Oggi abbiamo le web-cam girl, che vengono pagate senza dover far sesso "reale" con i loro clienti; studentesse che vendono foto hard in cambio di denaro; locali di scambisti dove si fa sesso senza pagare l'utenza ma pagando l'ingresso.
Insomma, il mercato del sesso è in evoluzione continua e non so come potrebbe essere la nuova casa chiusa. Ma sicuramente, se legislata in modo intelligente, potrebbe davvero risolvere il problema della prostituzione coercitiva e del traffiking femminile.
Almeno nel mio mondo romantico.
TESTATEMI TUTTA - Il meraviglioso mondo del self testing
di elenatorresani (04/09/2008 - 12:05)

Sì, ora faccio fatica a permettermi il filetto e la benzina per la macchina. Ma in tempi economicamente più felici spendevo in farmacia quasi quanto spendevo in libreria, vale a dire: sempre troppo.
Ora ho ridotto di molto la mia utenza, ma la blanda ipocondria dalla quale sono affetta mi lega comunque, in via quasi affettiva, al mio farmacista.
L’altro giorno ho avuto da lui una notizia sensazionale: l’arrivo del self-testing sul mercato.
Cosa sia il self-testing è presto detto: un’analisi da farsi in totale autonomia nella confortante privacy di casa propria.
Cosa riguarda? Vi citerò alcuni esempi:
· Influenza
· Allergia al pelo del gatto
· Sangue occulto nelle feci
· Rilevazione Helicobacter Pylori (causa di gastriti ed ulcere)
· PSA (rilevazione del livello dell’antigene PROSTATICO nel sangue)
· Rilevazione fertilità maschile (sul parametro della conta spermatica)
· Fertilità femminile
· PH vaginale
Finora l’esempio più diffuso di self-testing è stato il test di gravidanza. Molte donne conoscono bene quale ne sia il funzionamento:
· Prelievo del campione biologico necessario (in questo caso: urina)
· Attesa (pochi minuti)
· Risultato (positivo o negativo)
I nuovi test funzionano esattamente in questo modo. Ovviamente il campione biologico chiamato in causa varia da prodotto a prodotto (goccia di sangue, urina, saliva, sperma, feci ecc.), ma gli elementi comuni sono senza dubbio interessanti:
· Facilità d’uso
· Rapidità d’analisi
· Riservatezza
Se poi ci sommiamo il tempo risparmiato per andare dal medico, fare l’impegnativa, prenotare l’esame in ospedale, eseguirlo, aspettare le tempistiche della sanità pubblica, andare a ritirarlo e portarlo dal medico in valutazione…. capirete bene da dove arrivi il mio entusiasmo.
Ormai sono poche le persone che possono permettersi di non lavorare, e dover prendere ore di permesso o peggio, giornate di ferie per un check-up è sempre un onere.
Sia chiaro, non sono prodotti che rimpiazzano le analisi mediche, ma screening privati (che tra l’altro garantiscono un’accuratezza media del 97% a fronte di una spesa oscillante dai 10 ai 19 euro) che possono essere usati come controllo periodico e che possono accendere campanelli d’allarme altrimenti dormienti, invitandoci, se è il caso, ad ulteriori e più approfondite indagini mediche.
Sopra i 55 anni d'età i controlli per la prostata e per il sangue occulto nelle feci sono ad esempio consigliati con cadenza annuale: effettuarli a casa propria in 5 minuti per avere almeno segnalazione di alterazioni significative dei normali parametri, trovo che sia un vantaggio incredibile.
Non mi ha stupito veder arrivare sul mercato i test per la fertilità: l’incremento dei casi di sterilità è ormai preoccupante. Se cinquant’anni fa era un problema smettere di far figli, sempre più spesso oggi diventa un problema riuscire a metterne al mondo almeno uno. Le cause di questo fenomeno sembrano imputabili a diversi fattori: stress, alimentazione, inquinamento, slittamento dell’età di procreazione (è palese che si decida di diventare genitori sempre più tardi, così com’è palese che a 35/40 anni non si sia fertili come a 25).
Di fatto, ricorrere alla conta spermatica o alla verifica dei picchi ormonali nei giorni fertili, diventa un’analisi utilissima per riuscire ad individuare eventuali problemi o per programmare con successo il momento ideale per una fecondazione che tarda a manifestarsi.
Sappiamo bene, inoltre, che nel caso delle patologie neoplastiche la diagnosi precoce è di primaria importanza: la possibilità di verificare alcuni dei propri parametri prostatici, gastro-intestinali, vaginali è un elemento di controllo davvero importante da affidare al paziente (oltre ad alleggerire notevolmente il Sistema Sanitario Nazionale).
Tra l’altro credo che sia previsto l’arrivo sul mercato di ulteriori prodotti di self-testing esattamente a questo proposito, di cui vi riferirò a tempo debito (ad es. per il cancro al seno).
Ultima menzione: quella dei test ispettivi per alcol e droga, a buon uso soprattutto di madri esasperate o previdenti.
Capisco benissimo che spesso esista un pudore culturale nei confronti di alcuni prodotti (ancora oggi si ha difficoltà ad andare a comprare i preservativi) o che spesso si eviti consapevolmente un esame per timore del potenziale risultato (adducendo scuse di ogni sorta).
Ma credo che esista ora una possibilità in più per essere pazienti avveduti, responsabili e informati.
E poi non dite che non vi avevo avvisato.
Il mio nome è Lisbeth. Comportatevi bene.
di elenatorresani (28/08/2008 - 09:56)

Ho sempre cercato di non cedere alle mode letterarie del momento, snobbando sempre con superficialità i bagordi temporanei che ruotano attorno ad un best seller ed attendendo la bassa marea mediatica per gustarmi davvero, e sobriamente, un testo che è riuscito a vincere la moda o l'entusiasmo del momento.
Però con Stieg Larsson ho ceduto. Ho calpestato anche la mia idea che le saghe e le trilogie fossero una puttanata, ho represso la pessima opinione che ho degli scrittori seriali, e mi sono fatta sedurre dal titolo: "Uomini che odiano le donne".
Era troppo succoso. Per una come me.
L'ho divorato in due giorni, e sono più di 600 pagine. Dopo di che ho comperato il secondo della Millenium Trilogy: "La ragazza che giocava con il fuoco". 700 pagine in 3 giorni. Ho rimandato i pasti e l'igiene personale per non mollare queste pagine ed arrivare alla fine.
Non ho scritto però questo post per celebrare questi due libri: vi voglio parlare di Lisbeth Salander. Lisbeth è alta 1,50 mt, pesa poco più di 40 kg, ed è una sorta di spaventapasseri punk: tatuata, sociopatica, irascibile, arrabbiata, apparentemente ritardata, con un passato davvero difficile e un presente che non promette niente di buono. Una sorta di vittima ideale insomma: una donna socialmente vulnerabile, una facile preda.
In realtà questo scricciolo ha un'intelligenza lucida, una memoria fotografica invidiabile, è un'abilissima hacker e una determinata combattente.
Lisbeth odia gli uomini che odiano le donne, senza compromessi né mezze misure. Non concede attenuanti, perché secondo lei "Non esistono innocenti, esistono solo gradi diversi di responsabilità".
Stieg Larsson ha dato vita ad uno dei personaggi femminili più significativi della letteratura contemporanea: una giovane donna che da vittima si è trasformata, senza nemmeno volerlo troppo, in una sorta di vendicatrice, un giustiziere con tette e anfibi che non perdona agli uomini le loro miserie e debolezze.
Non vi dirò di più, per non svelare le sorprese di questi libri avvincenti, ma dopo Robin Hood, Batman, L'uomo ragno e mille altri iper-paladini maschili, abbiamo finalmente una Wonder Woman tangibile e senza poteri magici, senza mantelli, lustrini, scettri e corone che si aggira per le strade del mondo.
Quantomeno del mondo che vorremmo.
Lisbeth non vola, non ha mangiato della criptonite, non ha bacchette magiche, né un'automobile parlante. Ma è una donna che combatte, non perdona, non dimentica, e non chiude gli occhi.
Mi è difficile farmi degli scrupoli morali di fronte ai metodi spesso poco ortodossi di Lisbeth, dal momento che la sua filosofia sull'innocenza è inattaccabile, e la cultura che va a combattere troppo reale e quotidiana per poter far finta che non riguardi tutti noi.
Ora attendo con ansia l'arrivo del terzo volume, e vi consiglio caldamente di lasciarvi catturare dal fascino di Sally.
Dublino: perchè ci si va?
di elenatorresani (26/08/2008 - 21:17)

Il mio viaggio di lavoro per Dublino è cominciato con i peggiori auspici. La settimana precedente alla mia partenza (quella di Ferragosto, tanto per intenderci) la sottoscritta perde l'anellino anticoncezionale senza accorgersene (i miracoli dela meccanica), solo dopo 24 ore dall'inizio dell'applicazione mensile. Risultato: due mestruazioni in una settimana.
La mattina della partenza, lunedì 18 Agosto, sempre la sottoscritta scopre di avere discrete quantità di sangue nelle feci. Perdendo sangue da tutte le parti possibili, sono arrivata in aeroporto lunedì pomeriggio in condizioni pietose: pressione formica, giramenti di testa e giramenti di palle ancora più vorticosi. L'abbigliamento in clima irlandese (calze, scarpe chiuse, giubbotto pesante, sciarpa) con i 30 gradi che c'erano a Orio al Serio non hanno aiutato sicuramente il mio benessere fisico.
Lunedì sera arrivo a Dublino con 13 gradi e pioggia battente. Come se non bastasse, in albergo mi danno una camera non fumatori: vera tragedia delle tragedie. Martedì mattina, sempre con lo stesso piacevole clima, vado in fiera e scopro che non c'è nemmeno uno stand pronto. Dopo una discreta serie di imprecazioni, opto per una visita verso il centro della città.
Dopo tre mesi di infradito e zoccoli, fare tutti quei km con calze Gallo e scarpe chiuse si è rivelata una pessima idea. Mal di gambe e piedi distrutti sono stati il risultato della giornata sprecata (dato che Dublino fa pure cagare, brutta copia della parte brutta di Londra).
Sintetizzerò qui di seguito le mie considerazioni e le mie scoperte:
1. Una capitale europea che non ha la metropolitana, è una chiavica di città
2. Una capitale europea che non ha una metropolitana e oltretutto ha un sistema di bus e treni con indicazioni incomprensibili per un turista, è una città stronza.
3. Una capitale europea che ha le sigarette ad 8 euro al pacchetto è una capitale molto civile, ma aiuta notevolmente a nominare il nome di dio invano
4. Nel bagno comune del mio hotel, quello al piano della reception, esiste una bacheca con l'elenco dei nomi del personale addetto alle pulizie di quel giorno (anche se questo non difende comunque dall'incività dell'utenza, aiuta a riflettere sulle responsabilità del rispetto)
5. Esistono luoghi nel mondo dove la gente si mette in fila ordinatamente e spontaneamente per prendere da mangiare e da bere senza che questo causi ogni volta rivolte sociali ed interventi delle forze di ordine pubblico, e dove le persone aspettano il proprio turno senza che ci sia una riga gialla disegnata per terra che imponga di tenersi a distanza
6. Esistono luoghi dove si usa l'aria condizionata anche se fuori ci sono 13 gradi, forse perché è bello pensare che fuori faccia un caldo della madonna, illudendosi di essere ai tropici. In barba al risparmio energetico.
7. Per i popoli esiste spesso un DNA sociale dal quale è difficilissimo liberarsi: che gli irlandesi siano degli ubriaconi indefessi e dei fumatori tosti mi è balenato nel cervello ripetutamente nell'arco di questa settimana. Forse sono solo vittima dei luoghi comuni, ma in più occasioni ho avuto l'impressione di trovarmi circondata dai figli di generazioni e generazioni di portuali, coi calli alle mani, predisposizione alla bisboccia e una pessima salute polmonare.
8. Un paese che ha un'identità culinaria di basso profilo e di scarsa portata tenderà a lasciarsi malamente influenzare da cucine migliori, e ad alimentarsi in modo pessimo. A Dublino è difficile trovare un negozio di alimentari decente, ma per mangiare stronzate si è sempre in tempo. Le persone scoppiano di ciccia, e basta guardarsi intorno per capire che l'offerta di grassi è decisamente superiore al fabbisogno pro-capite. Come ogni gatto che si morde la coda, quando l'offerta è così abbondante, onnipresente e collettivamente tollerata, cedere all'errore è un attimo: io stessa, che difficilmente mi sollazzo con dolciumi e pasticci, ho passato sette giorni a rimpinzarmi di cioccolato, cannella, biscotti, nocciole e caramello. Sarà che trovare una mela sembra un'operazione eccessivamente impegnativa?
9. I telegiornali irlandesi non parlano quasi mai, o quasi mai con attenzione, di ciò che succede al di fuori dei confini nazionali. Capisco l'orgoglio, ma addirittura cancellare la sezione "esteri" dalle notizie mi sembra eccessivo.
10. Non esiste un museo decente in questa città. Immaginavo che la capitale di uno stato satellite dell'Inghilterra non potesse essere riuscita ad appropriarsi di molti tesori, ma speravo che la forte dignità irlandese fosse riuscita quantomeno a creare qualcosa di meglio (anche se ammetto di non essere un'appassionata di celtica o araldica, quindi forse mi trovo semplicemente nel paese sbagliato).
Fortunatamente ho incontrato una ragazza italiana che mi ha deliziato con i racconti del suo ex-fidanzato musicista, che si divertiva con strani feticismi erotici di dubbia interpretazione:
- Farsi solleticare il capezzolo con un ditale da ricamatrice ricoperto di zaffiri
- Farle indossare un reggiseno color carne dell'ottava misura acquistato alla Upim
- Farsi scopare con il getto dell'asciugacapelli bollente acceso sulla faccia
Questa ragazza mi ha confermato che il suddetto musicista nutriva un'attaccamento morboso per la madre e le sorelle.
Ogni viaggio riserva delle sorprese.
La vagina: dissertazioni da ombrellone
di elenatorresani (26/08/2008 - 21:06)

Dopo una serie di interventi su afflizioni familiari, eutanasia, donne maltrattate, mi alleggerisco lo spirito con una dissertazione gioiosa e spensierata sui ginecologi e la vagina.
D'altra parte molti di voi (beati loro) hanno lo spirito già in ferie, e potranno sopportare di buon grado questa lettura da ombrellone.
Irresponsabilmente, non sono mai stata un'assidua frequentatrice di ginecologi, ma tre anni fa, capendo che l'età avanzava e che non potevo più esimermi, ho scelto che diventasse un appuntamento fisso con la mia salute di donna matura. Ed ho scelto un ginecologo uomo.
Dopo una serie di domande accurate sulla mia storia vaginale, mestruale, anticoncezionale, sessuale, mi dice di spogliarmi e di stendermi sul lettino con le gambe belle spalancate sui trespoli.
Me la guarda per qualche lunghissimo istante, senza far nulla.
Mi dice: "Sai, io sono anche Vulvologo, devo guardartela bene perché anche l'aspetto esteriore dà indicazioni importanti".
Io già mi sentivo morire.
Poi, tipo un sommelier della vagina, ha cominciato a decantarne le caratteristiche: "colore uniforme, nullipara…."
Nullipara?
E lui: "Nullipara significa che non ha mai partorito figli: si vede al primo sguardo che è una vagina che non ha mai affrontato un parto. Si vedrebbe subito se si trattasse di una primipara".
L'occhio dell'esperto.
Ne deduco che il termine PRIMIPARA indica una vagina che ha affrontato almeno un parto naturale. Dopo il terzo figlio credo si passi direttamente alla definizione di "slabbrata", nonostante il termine medico sia MULTIPARA o PLURIPARA.
Subito il mio vulvologo mi racconta di come, dopo il parto, il compagno la senta diversa durante la penetrazione. Sottolinea: "Non mi vergogno a dire che speravo a mia moglie facessero il cesareo".
Insomma, una volta passato un figlio la vagina perde elasticità, tonicità, aderenza, e si fa un po' troppo larga.
Un mio amico di famiglia, quando è andato ad assistere sua moglie in sala parto per la nascita del secondo figlio, ha chiesto all'infermiera se, intanto che c'era, non poteva cucirgliela un po'.
Non si finisce mai di imparare.
Comunque, ritornando alla mia visita, il ginecologo conclude dicendo: "Davvero complimenti per il taglio, da che estetista vai?".
L'uomo mutanda, l'uomo capanna e il povero Principe Azzurro
di elenatorresani (22/07/2008 - 16:04)

Ci sono delle cose che do volentieri come dati di fatto.
Ad esempio che la convivenza e la condivisione forzata di spazi, abitudini e tempo, ammazzino la passione. Per quanto dispendiosi e spesso poco pratici, sono un'accorata sostenitrice dei rapporti a distanza, e per distanza intendo qualcosa di molto semplice, tipo: tu a casa tua, io a casa mia. Magari nella stessa città, ma che i metri quadri calpestabili siano differenti.
Mi rendo conto che questo significa bollette separate, due mutui, pasti in dosi da single (notoriamente più costosi), e tutta quella serie di spese vive che l'indipendenza comporta. Ma mi rendo altrettanto conto che la coppia non è una Srl, e vorrei evitare di arrivare alla convivenza con un uomo per ottimizzare il mio conto corrente e far sorridere il mio bilancio. In ogni caso anche il lavaggio delle mutande sporche e la condivisione del water hanno il loro prezzo, anche se non viene pagato in moneta sonante.
Ho premesso quanto sopra perché altrimenti la distinzione che sto per fare potrebbe sembrare stralunata: quella tra l'uomo capanna e l'uomo mutanda.
Ogni donna, più o meno inconsapevolmente, nonostante tutte le rivoluzioni storiche, sociali e antropomorfiche (ci scommetto che a molte donne sono spuntati sotto sotto gli attributi), sceglie accuratamente l'uomo con il quale accompagnarsi. Purtroppo, per quanto emancipata, intelligente, istruita, la femmina dell'uomo tende ancora a riconoscere la necessità sociale di sposarsi o di condividere la capanna con un uomo adatto allo scopo.
Una volta individuato l'uomo capanna, che in linea di massima deve garantire stabilità e comunità d'intenti, si aprono le porte per la caccia all'uomo mutanda. O sciogli-mutanda, che dir si voglia.
La sinossi non è sempre quella sopra elencata, ovviamente. Non tutte pensano prima a soddisfare i dictat sociali e poi alla propria felicità (confondendo spesso i primi con la seconda). Oggigiorno capita anche che si saltelli con gaudio da un uomo mutanda ad un altro prima di decidersi ad individuare un uomo capanna: la generazione happy-hour oramai ha scandito tempistiche sociali molto più dilatate sotto questo punto di vista.
Lo spaesamento collettivo post rivoluzione sessuale ha tuttavia un po' confuso regole, ruoli e segnali primordiali, tanto che ultimamente vedo molte ragazze accanirsi nel tentativo di trasformare un uomo sciogli-mutanda in un uomo capanna: errore piuttosto grossolano e portatore di disastri epocali di indicibile portata. Oppure le vedo sempre più di frequente cercare di portare nella propria capanna l'uomo capanna di altre. Ulteriore disgrazia.
L'uomo col quale si decide di metter su famiglia difficilmente è un uomo mutanda. E difficilmente è quello che fa sbarellare e sbavare copiosamente su pavimenti, asfalti e tastiere. È fisicamente e chimicamente impossibile che fattori tipo "stabilità" e "sicurezza" riescano a sposarsi con cose tipo brividi, batticuori, colpi di testa e scopate furibonde da scrivania.
Se molte donne semplicemente capissero questo, si eviterebbero molti fraintendimenti relativi all'amore. La donna purtroppo è coraggiosa, ed è capace di mandare al macero un matrimonio per una cotta verso un collega, per il flirt con il capo, o per una scopamicizia travolgente.
Sotto questo punto di vista l'uomo ha le idee molto più chiare: il suo angelo del focolare rimane spesso intoccabile, indipendentemente dalla panterona palpitante che gli ribalta lo slip, donandogli spesso dei rigurgiti di giovinezza inattesi. Certo, per l'uomo è più che altro una questione di vigliaccheria più che di intelligente consapevolezza. Però sta di fatto che questo atteggiamento protegge il pilastro sociale ed evolutivo della famiglia, garantendo terreno adatto per la procreazione.
Le donne invece fanno casino. Hanno imparato questo gioco da poco, e perdono la testa. Pensano di essere innamorate, vogliono godersi una vita che poi non ritorna, necessitano di provare emozioni e di sentirsi di nuovo desiderate. E fanno stronzate a raffica.
Spero che imparino presto, le donne. A gestirsi capanna e mutanda nel migliore dei modi.
Non credo nell'amore eterno di default (sono pochi i fortunati che possono godere dell'incontro perfetto), ma credo fortemente in un rapporto che può funzionare tutta una vita per affetto, stima e volontà: la volontà di condividere un percorso e un progetto.
Distinguerei anche l'uomo capanna dal Principe Azzurro, figure che difficilmente coincidono. Anche perché qualsiasi Principe Azzurro, portato in una capanna, perde ogni sorta di titolo e colore.
L'importante, come sempre, è non fare confusione.
Fuggire col panettiere
di elenatorresani (18/07/2008 - 16:38)

Sono stufa di vedere persone che cadono dal pero con stupore e indignazione, atterrando su un bel paio di corna debitamente acuminate.
Mettiamo un punto fermo: un tradimento è difficile da digerire, e forse impossibile da giustificare.
Ma.
L’amore ha bisogno di cura, di premure, di attenzioni, di riguardi.
Una donna, una compagna, non è un dato di fatto, nonostante qualsiasi tipo di vincolo, anello, promessa, mutuo, prole. Non possono passare giorni, o mesi, senza che si senta chiedere come sta. Non si può pensare di non darle importanza, confidando nella solidità del quotidiano, così come non si può pensare di non valorizzare ciò che fa e ciò che è.
Vedo donne sposate da qualche anno che cadono nelle mani del primo stronzo che fa loro due complimenti e mezzo, che sia collega, panettiere, vicino di casa, amico di famiglia.
Perdono la testa, mollano tutto, o impazziscono nella repressione. Il bisogno fa brutti scherzi, lo ha scritto anche quella furbona della Nena nel suo blog. Una donna che non si sente considerata, amata, coccolata, è una mina vagante. Un aspirapolvere ambulante.
Il diritto alla considerazione e all’appagamento è un diritto che non ha scadenza, nemmeno nel comatoso menage della stabilità. E per carità, questo vale anche per gli uomini, anche se le esigenze possono essere profondamente diverse.
"L’altro", il nostro Valentino, che tanto onoriamo a febbraio, non può essere nutrito di niente per mesi, o peggio, per anni, mantenuto senza sesso, senza cure, senza premure in quello che diventa un giardino di desideri implosivi.
Non bastano la ciulatina del sabato sera, la cena di compleanno, e il maglione di cachemire a Natale. Non bastano il frigorifero pieno e la casa calda.
L’amore è il sentimento più difficile da gestire: sottovalutarlo è sempre un grosso errore. Dare per scontato l’essere amati, dare per scontato il diritto alla fedeltà e al legame imperituro è una stronzata tremenda. E detesto le persone che poi affogano se stessi e gli amici in lamentele postume, in recriminazioni fin troppo facili e in capri espiatori sempre uguali.
Non vorrei ripetermi, dicendo che un legame è un impegno, e un tradimento è comunque la rottura di una promessa. Così come non vorrei ribadire l’ovvio dicendo che il dialogo è sempre l’arma vincente: costa davvero poco dire "Amore, mi mancano delle cose". Altrettanto quanto non tengo nemmeno in considerazione le figure patologiche del "porco indefesso" e della "zoccola impenitente": questi sono personaggi senza redenzione e senza scusanti.
Ma.
Ma persino le piante muoiono, e gli animali scappano, se non accuditi. Figuriamoci le persone.
Non stupitevi se vi fugge Cupido dalle mani, o se per una sera ha dato il locazione il suo cuore a chi sapeva farne uso migliore.
Il celodurismo di dio
di elenatorresani (18/07/2008 - 16:36)

L'istinto iniziale era quello di scrivere una parolaccia. Un post fatto esclusivamente di una parolaccia, una bella e soddisfacente imprecazione. Poi ho deciso di essere più esaustiva, giusto per farmi capire meglio: per una che scrive farsi capire diventa una faccenda piuttosto importante.
Parlerò di eutanasia. Parlerò dei due principali tipi di eutanasia: quella PASSIVA e quella ATTIVA. La passiva si pratica quando un paziente sopravvive solo grazie al supporto di una macchina che respira per lui, mangia per lui, batte per lui: si decide di "staccare la spina", come ormai si usa dire.
L'eutanasia attiva è invece quella praticata su un paziente terminale che chiede che si ponga fine in via anticipata alle sue pene, aiutandolo a morire. E quando si dice "terminale" si intende clinicamente senza speranza. Non è un giudizio personale e opinabile, è un giudizio medico. Certo, uno è libero di credere nei miracoli, ma uno è anche libero di non crederci, soprattutto nel momento in cui l'effetto sedativo della morfina non è più percepibile e il dolore risulta insopportabile.
Avevo uno zio, operato di cancro alla faringe, ormai terminale. Una sera ha cercato di buttarsi dal balcone della sua stanza perché non riusciva più a sopportare il male. L'hanno fermato in tempo, in tempo per permettergli di gustare tutta l'infernale sofferenza delle sue ultime 8 ore di vita. All'alba, mentre si lamentava nel letto, gli è scoppiata la carotide. Avete presente quella grossa vena che passa ai lati del collo e va al cervello? Ecco, gli è scoppiata proprio quella. Ha colorato tutti i muri della stanza, perché fin quando il cuore ha avuto la forza di pompare, il sangue sgorgava a spruzzi e fiotti dal suo collo. Mio zio non aspettava nessun miracolo: semplicemente la sera prima avrebbe voluto evitare di morire come un maiale sgozzato, facendolo magari più dolcemente.
Di storie come queste ce ne sono migliaia, e ognuno di noi ne conserva parecchie nella sua storia. L'anno scorso è morta una mia ex-compagna di classe. Non siamo mai state particolarmente legate: sapevo che era malata da diversi anni, cancro anche in questo caso. Ma quando sono andata a rendere omaggio alla sua salma non mi sarei mai immaginata uno spettacolo del genere. Di morti ne ho visti tanti, ma un cadaverino come il suo, piccolo, ossuto, con i denti e gli occhi in fuori non mi era capitato mai. Quando sono tornata a casa da mia madre le ho fatto giurare che non mi avrebbe mai e poi mai fatto ridurre così. Non certo perché disdegnerei di essere brutta il mio ultimo giorno sulla terra, no. Ma solo perché da quella bruttezza è talmente facile intuire il dolore che c'è stato dietro, da poterne provare solo orrore.
Io non ce l'ho quella forza, e non ce l'ho quel coraggio, e non so nemmeno perché lo si chieda e pretenda, un coraggio simile: la stoica e cristiana sopportazione del dolore in nome di???? Non mi è mai riuscito di capirlo. La risposta immediata che mi viene è: in nome della sottomissione, in nome dell'obbedienza, in nome della stupidità. Come una prova di forza.
Capisco, tuttavia, che sia difficile aiutare qualcuno a morire. Spero solamente, nel caso in cui mi ci trovassi io in quel sudario, che qualcuno abbia la misericordia di darmi una mano, o di lasciare che io lo faccia da sola, avendone la forza. Capisco che l'eutanasia attiva sia di difficile gestione morale, ma l'eutanasia passiva no, lì proprio non capisco cosa ci sia di difficile.
Questo post nasce dalla cronaca di questi giorni che ruota intorno alla vita di una ragazza attaccata al respiratore da 12 anni. Il partito della "vita a tutti i costi" la vuole così, un vegetale. Chissà com'è la vita di un cipresso.
Quella ragazza non è in vita perché dio vuole che lo sia, ma perché l'uomo ha ideato una macchina in grado di tenerla in vita. Quindi immagino che se in futuro l'uomo fosse in grado di ideare un refrigeratore in grado di conservare a cuore battente tutte le persone cerebralmente morte ed in stato vegetativo, il mondo si riempirebbe di ghiacciolini di tutte le razze che farebbero la fortuna della Rex e della Whirlpool, proiettati in un futuro senza fine.
Figata! Una vita della madonna. Io non ci vedo nessun dio in tutto questo. Se qualcuno ce lo vede, povero lui.
Ma credo che sia diritto di ognuno scegliere se vivere la propria vita come una camelia o come una persona, nella sua dignità di individuo cosciente e senziente.
Continua a venirmi in mente il CELODURISMO, questa corrente filosofica tanto di moda. Dio,
la Chiesa , o chi per loro, mi pare amino da morire il CELODURISMO, un gioco a chi la vince su questa o quell'anima.
Soffri ed espia, peccatore. Sopporta, taci e prega, fino alla fine, perché la vita non è tua, ma è un dono. Tanto poi c'è il regno dei cieli.
Anche in uno stato laico.
Il coraggio di chiedere aiuto, e le scelte felici
di elenatorresani (18/07/2008 - 16:35)

Mi sono ritrovata che avevo 27 anni, e chiacchieravo in un bar con un gruppo di amiche. È venerdì sera: parlare di uomini e di sesso davanti ad un moijto è fin troppo facile.
Salta fuori la mia predisposizione perenne a scegliermi uomini inadeguati: sempre troppo giovani, sempre troppo deboli, costantemente in ombra al mio fianco. Spiego che le mezze calzette mi rassicurano. Sessualmente aspettano. Che sia io a trovare il momento, che sia io a fare la prima mossa. Non mi fanno sentire in pericolo, non fanno suonare i miei allarmi, non lasciano alzare le mie difese. È inutile negarlo: l'uomo che avventa la sua zampa sulla zip dei miei pantaloni ha un effetto raggelante sulla mia libido.
Vanessa sa, e mi guarda. Vanessa conosce molta della mia storia personale, e finalmente mi sbatte sul tavolo la frase: "Tipico di chi è stata maltrattata, o abusata". Finalmente qualcuno l'ha detto.
"Lo so", rispondo. Vanessa ha scoperchiato un pentolone infernale: quello della doverosa presa di coscienza.
Il mio specchio interiore mi restituisce un'immagine bugiarda, e capisco che 27 anni facendo finta di niente, e sempre sottovalutando, sempre sbagliando, sono già fin troppi. Riesco a trovare un centro, a Milano, che si occupa e si prende cura, gratuitamente, di donne che hanno subito maltrattamenti, violenze, abusi, di ogni genere e in ogni frangente.
Prendo il coraggio, quello che ti viene quando decidi che vuoi essere felice, e fisso un appuntamento.
Non vi sto a raccontare la tragedia interiore di trovarsi di fronte alla propria miseria, e di doverne parlare. Ma vi racconterò di quello che succede in centri come questo.
Il supporto psicologico è quello di cui io ero alla ricerca, perché volevo capire davvero le mie dinamiche affettive, e quelle sessuali. Capire per me è stato il primo passo verso la "guarigione". Ma al centro era possibile trovare condivisione e assistenza, oltre che supporti di tipo pratico: consulenze legali e mediche, aiuto nella ricerca di un lavoro. Il tutto in un ambiente discreto, rispettoso e anonimo. Dopo un colloquio introduttivo, ho fatto un ciclo di sedute con due terapeute. Io, e loro due. Sempre in due, e i motivi possono essere molti, ma sicuramente perché questo limita in parte la dipendenza affettiva che molte donne ferite tendono a sviluppare.
Quando le mie due terapeute mi hanno giudicato pronta, sono stata inserita in un gruppo di auto-aiuto, insieme a donne con una ferita simile alla mia, ma con storie profondamente diverse l'una dall'altra. L'effetto è stato dirompente.
Non solo ho potuto assistere alle atrocità e alle meschinità di molte forme d'amore, o di presunto tale. Ma ho visto con i miei occhi stupefatti quanto le dinamiche psicologiche e sociali che ruotano attorno a certe forme di disagio siano sempre le stesse. Ho ritrovato in tutte quelle donne la negazione, per buona parte della vita, di quello che stava accadendo loro. La bugia vergognosa con la quale scendevano a patti per non dover ammettere le mostruosità che venivano fatte loro.
E purtroppo, nella schiacciante maggioranza dei casi, non da sconosciuti o da immigrati clandestini, non nello squallore di una metropolitana o nel buio di una via isolata: ma da padri, mariti, zii, nonni, amici, vicini di casa, ex fidanzati, nella tranquillità poco confortante del focolare domestico. E per "schiacciante maggioranza" intendo un buon 80%, da leggere per difetto. Perché se è vero che si denuncia volentieri uno sconosciuto, quasi nessuno denuncia il proprio padre. Non è difficile capire che quando si impara l'amore in questo modo, l'amore lo si leggerà sempre in una chiave deviata.
Una bambina picchiata e maltrattata spesso sceglie, crescendo, un compagno violento, perché pensa che quella sia l'unica forma d'amore che le spetta e di cui conosce perfettamente le dinamiche: una calda e rassicurante coperta di Linus fatta di umiliazione e percosse.
I rapporti interpersonali sbagliati con cui dover fare i conti sono molti, perché la rete di silenzio che circonda queste prevaricazioni non è formata solo dall'abusante e dall'abusato, ma anche da tutta una serie di connivenze collaterali di chi sa ma tace, di chi sospetta ma fa finta di nulla, in nome di un sordo e vigliacco quieto vivere.
Una donna che decide di lasciarsi aiutare da un centro di questo tipo è una donna che vuole interrompere la sua catena di infelicità, trovando il coraggio di mettere in discussione tutta la sua vita. Questo spesso significa dover incolpare le persone che ama, e scegliere magari di perdonarle. Significa capire di meritare qualcosa di diverso, e di non avere colpa di nulla. Perchè per scegliere di essere felici ci vuole in questi casi un gran coraggio.
Il percorso è diverso per ognuno, così come ogni storia è diversa dall'altra, ma chiedere aiuto a chi è preparato per darlo diventa fondamentale: da sole è quasi impossibile trovare la chiave di lettura giusta, e soprattutto la strada vincente. Da sole è difficile poter capire davvero la gravità di quello che ci è stato fatto, e l'ingiustizia profonda che si nasconde dietro ad ogni tipo di prevaricazione. È difficile capire fino in fondo il diritto di ognuna di noi ad una vita piena, soddisfacente, ad un amore felice, sereno, equilibrato.
Chiedere aiuto è anche un modo per rompere la solitudine, e la condanna intrinseca che ogni solitudine comporta. In quel centro ho conosciuto tante donne splendide e sofferenti, e le ho viste rifiorire nei mesi, prendendo consapevolezza e sicurezza, prendendo in pugno la loro vita.
Ho deciso di scrivere questo pezzo mentre sto leggendo "La fabbrica degli angeli" di Jessica Gregson, per ribadire i diritti, le scelte, e le opportunità che oggi possiamo avere. E che abbiamo l'obbligo morale di afferrare con forza.
http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article2425
Ce l'avete molle
di elenatorresani (18/07/2008 - 16:34)

Nella mia famiglia esistono due linee antropologiche ben distinte: quella dei disgraziati (da parte di madre) e quella dei benedetti-da-dio (da parte di padre).
I parenti paterni sono tutti brava gente dal percorso netto, casa, chiesa, lavoro, una fidanzata che poi diventa moglie, un lavoro senza ambizioni ma tanta devozione, stuoli di pargoli belli e sani. La Barilla ci fa le pippe.
I parenti materni invece sono una ciurma di diseredati senza dio, ragazze madri, tossicodipendenti, ex spacciatori, incidenti stradali e morti scenografiche, sindromi maniaco-depressive e tentati suicidi. Ovviamente la parte divertente della famiglia è questa.
Oggi c'è stato il matrimonio di Alessandro, cugino da parte di madre classe 74, un mago dell'arte della sopravvivenza: brutto come il peccato, si è sempre accompagnato a donne avvenenti, a detta sua "per quello che ha nelle mutande".
Il parentado si è piacevolmente riunito, e come al solito ne son saltate fuori di tutti i colori.
PERLA DI SAGGEZZA 1
Se sei una donna che non rifà il letto, sei una merda di donna
PERLA DI SAGGEZZA 2
I ragazzi di oggi ce l'hanno molle e sono tutti delle mezze seghe
PERLA DI SAGGEZZA 3
Se nella vita non hai livellato almeno una volta un letto di piume, non puoi dirti una persona in gamba
PERLA DI SAGGEZZA 4
Non è buona creanza usare la parola "vaffanculo" con il proprio marito. Non si fa.
SCOPERTA 1
Da piccola dicevo un sacco di parolacce. Ho cominciato con l'epiteto "asino bigul" all'asinello di Santa Lucia che, secondo gli inganni dell'epoca, mi aveva rubato il succhiotto (intingerlo nella mia cacca e farmelo gustare non era stato escamotage sufficiente).
SCOPERTA 2
Sono stata un'infante meravigliosa: mangiavo poco, dormivo tanto, e non rompevo i coglioni. Sono cresciuta coerentemente, tranne che nel terzo caso.
SCOPERTA 3
All'età di cinque anni andavo in giro chiedendo alle mie coetanee se il loro papà avesse il pisello: il mio ce l'aveva, e lo teneva tutto arrotolato. (prematuri sentori della mia carriera di scrittrice erotica)
È stato come al solito incantevole passare del tempo con queste donne dal culo grosso e dalle tette generose: ipotiroidee, ruspanti, insospettabilmente depresse, linguacciute e stupendamente veraci. Primo perché mi piace sentirmi magra in mezzo a loro (cosa non da poco), e secondo perché mi ricordano sempre da dove vengo, e cosa sono. Le guardo, circondate da mariti innamorati da sempre, nonostante tutto contemplate con occhi incantati e divertiti.
Appartengo a loro più che a qualsiasi altra cosa, e sono orgogliosa di avere una cugina che prende a zoccolate il marito quando va forte in moto e uno zio 70enne che fa sesso con una 23enne portandole in dono galline spiumate.
Mando un bacio a Roberto, che da lassù si sarà goduto lo spettacolo, come al solito profondamente divertito.
Il tradimento del cuore
di elenatorresani (18/07/2008 - 16:32)

Conosco un uomo, nella fattispecie mio padre, che ha vinto tutto quello che si poteva vincere a cavallo della sua bicicletta.
Certo, quando si è trattato di scegliere tra la carriera e la famiglia, ha scelto noi.
Ma fino a quel momento aveva addirittura vinto anche l'oro europeo.
Quando sono nata io mi hanno fatto un bel trafiletto sui giornali: la primogenita di Torresani scoppia di salute (nonostante tutti si aspettassero un maschio che seguisse le orme del padre).
Guardo le foto di quando ero piccola, e mi contemplo in braccio a questo bronzo di Riace dal fisico perfetto. Peccato gli mancassero i denti: quel sorriso a intermittenza rovinava un po' l'insieme, ma tenere la bocca chiusa lo aiutava, quantomeno in fotografia.
Nel suo periodo d'oro mio padre vantava 60 battiti cardiaci al minuto, 80 quando andava sotto sforzo agonistico. Un leone.
Un uomo tutto gambe, fiato e cuore.
La sua vita è stata costellata di molti raffreddori.
Per il resto si limitava a guardare noi, le sue tre donne, entrare ed uscire da asiatiche, canadesi, aviarie, gastro-enteriti, bronchiti, dismenorree, depressioni, ascessi, eczemi.
Capita poi che tre anni fa, alla vigilia di Natale, ha un collasso. Dimesso dal Pronto Soccorso dopo un'ora con la diagnosi: "congestione".
Due anni fa invece si prende un colpetto: infarto cerebrale causato dalla chiusura di una carotide al 40%. Fortunatamente nessuna conseguenza e nessuna operazione necessaria. Solo una terapia a base di anticoaugulanti, per sciogliere il sangue.
Intanto mio papà cammina, e ricomincia a correre.
Riporta il colesterolo a valori che io posso solo invidiargli, perde tutto il peso in eccesso causato dal pensionamento. Riprende il ritmo di un tempo, e la forma.
Quest'uomo non ha mai fumato, non ha mai bevuto.
Non ha il diabete, non soffre di ipertensione: è sempre stato bradicardico e ipoteso.
Non ha colesterolo, né trigliceridi, né ereditarietà.
Ogni tanto però, quando corre, gli viene un dolore da sforzo, al polmone.
Mia mamma, infermiera dalle attitudini piuttosto allarmiste, prenota due settimane fa un cardiogramma. Puro scrupolo. L'ECG rivela onde anomale. Che di fatto arrivano come uno Tzunami.
Ringraziamo dio per la pignoleria di cui ha dotato il Dott. Mussida, che ce lo fa ricoverare per indagini in cardiologia a Lodi.
Dico la verità: eravamo tranquilli.
Quando gli propongono la coronografia non sappiamo nemmeno se fargliela fare o meno, data l'invasività dell'operazione e l'apparente stato di totale salute di Torresani il vecchio.
Poi alla fine decidiamo per il sì, tanto che ci siamo.
Durante la degenza pre-coronografia, abbiamo visto entrare vecchi decrepiti, fumatori marci, ciccioni rubicondi in fase di esplosione: tutti uscivano con il loro bello standino riparatore e buona notte al secchio.
Giuro.
Quando ho visto uscire mio padre da quella stanza, mi sono mancate le forze.
Giuro.
Tutto ci saremmo aspettati, tranne di sentirci dire: "non siamo potuti intervenire: è tutto chiuso".
Quattro coronarie su quattro intasate dalle placche.
Ho visto i suoi occhi marchiati dalla delusione del tradimento, dall'incredulità di fronte all'abbandono.
Del suo cuore.
Del suo sangue da campione con 16 di emoglobina.
L'unica soluzione è il bypass coronarico.
Quattro bypass coronarici.
Io non so.
Probabilmente molti di voi hanno visto il loro padre distrutto: non sono né la prima nè sarò l'ultima.
Ma quanti di voi hanno visto i loro padri traditi, e sconfitti?
Non da altri. Non da una moglie, dal datore di lavoro, o dai figli.
Ma dal proprio cuore.
Dal prorio cuore privo di ogni fattore di rischio, coccolato e accudito come ci sarebbe scritto nel miglior manuale di cardiologia.
Oggi dovevano operarlo, ma un paio di urgenze gli hanno soffiato il tavolo operatorio.
Così ha tutto il tempo di contemplare, nel reparto speciale di cardiochirugia del San Matteo di Pavia, i suoi vicini di letto, aperti come delle sogliole e restituiti alle loro famiglie come dei cadaveri stremati e precari.
I suoi compagni di stanza, che ogni tanto vanno a farsi una fumatina in attesa di sapere una data, visto che chi si trova lì la diagnosi ce l'ha ben chiara.
Ho visto Torresani il vecchio passare giornate intere chiedendosi "Perché".
Ora guardo i suoi occhi, che chiedono solo "Quando".
Domanda molto più pratica e che una risposta, almeno quella, ce l'avrà.
Ha avuto anche il coraggio di chiedere: "Come". Ed è stato informato sulla sega che gli aprirà lo sterno a metà, sulla macchina esterna che risucchierà, muoverà, ossigenerà e scalderà il suo sangue durante l'operazione, sul suo cuore che verrà fermato per qualche ora, su come si sveglierà (speriamo) in terapia intensiva intubato, cateterizzato. E legato al letto. Senza possibilità di vedere nessuno di noi per un tempo ics.
Ho visto mille volte segare uno sterno. CSI, NCIS, Dott. House, Grey's Anatomy, ER.
Tutti sappiamo.
Però stavolta è mio padre.
E si sa, al proprio padre non si vorrebbe mai capitasse di essere segato in due.
Padre, madre, fratelli, mariti, amici.
No.
E mi frega onestamente poco che sia ricoverato in un centro di eccellenza come il San Matteo dove le operazioni di bypass sono macellazioni ordinarie.
Me lo sbragheranno tanto uguale.
Quando lo guardo e vedo la sua paura, mi sento morire.
Sento il suo "Quando" aleggiare costantemente come una sentenza di vita o di morte, perché delle statistiche promettenti e ottimistiche, quando si tratta di te, non te ne fai un cazzo.
L'intervento durerà sei ore. E in quelle sei ore lui sarà completamente solo, in compagnia di un cuore che lo ha tradito. E quando a tradirti è il cuore, diventa difficile credere ancora in qualcosa. Quando a tradirti è una cosa che hai accudito davvero tanto, su dalla bocca ti viene solo una preghiera, e un vaffanculo.
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